Il valore della maternità

   
IL VALORE DELLA MATERNITA’
 Alessandra Bortolotti
 
In nome del padre”:
inaugura il segno della croce.
In nome della madre
S’inaugura la vita.
 
Erri De Luca[1]
 
 
Dal valore dato alla maternità e alla nascita dipende il futuro dell’umanità.
 
La maternità è un patrimonio infinitamente sottovalutato in nome di un’apparente civilizzazione basata sulla cultura e sulla scienza.
 
In realtà, le discipline scientifiche che più ci possono aiutare a capire come stanno le cose sono, a mio avviso, l’antropologia e la genetica.
Ogni donna, infatti, in ogni angolo della Terra, indipendentemente dallo stato sociale e dalla cultura a cui appartiene, è predeterminata ed ha il potere di creare, consegnare al mondo e nutrire una nuova vita.
 
Maternità è vita.
 
Vita in sé e per sé, oltre le barriere culturali, sociali, politiche, religiose ed economiche. Non c’è nessun altro aspetto così pregnante che fa parte di ogni donna già alla sua nascita e che la accompagna per tutta la vita.
 
Una mamma è apertura, istinto, calore, nutrimento, liquido caldo e profumato che prima avvolge e poi nutre di sostanza e d’affetto, è disponibilità, spazio, contenimento, elasticità e flessibilità, rifugio sicuro, trampolino verso la vita a cui fare ritorno in caso di difficoltà: una base sicura dalla quale sperimentare ancora prima di nascere, già nel grembo, l’affettività e la relazione con l’altro.
 
Il valore della maternità sta anche nell’utero e nel seno, spazi vitali, parte di ogni donna che possono accogliere una nuova vita dandogli nutrimento e calore prima e dopo la nascita.
 
Che responsabilità hanno le mamme! E che potere………..
 
Maternità dovrebbe anche fare rima con semplicità, ma non è proprio così scontato. In una società come la nostra abbiamo perso di vista tutto quanto detto finora, poiché le madri sono addestrate a delegare all’esterno il loro ruolo: medici, giornali, libri, corsi che le indottrinano senza ascoltarle e sostenerle nella propria individualità. Ci troviamo in un’epoca di globalizzazione di tutto anche delle madri. Sembra che le mamme debbano scegliere e non sentire. Sembra che debbano avere doveri ma non diritti, né bisogni. Sembra che il valore intrinseco che ogni donna e ogni nascita portano con sé, non interessi più, o ancora peggio, non serva a nessuno. Che errore!
Gli effetti di questo equivoco antico sono davanti agli occhi di tutti, in termini di mancanza di affettività e di solidarietà fra gli uomini, eppure si preferisce non accettare la semplicità della soluzione e del riconoscimento che ci siamo sbagliati.
 
Hanno fatto credere alle madri che portare la nascita in ospedale rappresentasse un miglioramento senza nessun costo a livello della propria indipendenza nella gestione del parto, in nome di civiltà e di sicurezza. L’esempio dell’Olanda in cui il 30% dei parti avviene a domicilio (pure con rimborso statale, poiché ovviamente vantaggioso anche per le casse dello Stato) in massima sicurezza e nel rispetto della volontà delle donne che lo scelgono, ce lo conferma. Braibanti[2] diceva che non sono le donne che si devono piegare alle istituzioni ma l’inverso.
Questo ha permesso che le madri delegassero il parto.
 
Hanno introdotto massivamente il latte artificiale come emancipazione della donna che così poteva liberarsi dagli impegni dell’allattamento.
Questo ha permesso che le madri delegassero il nutrimento dei loro figli, anche quello affettivo.
 
Hanno fatto credere alle donne che potessero evitare il dolore del parto come si evita un ostacolo per strada.
Questo ha permesso che le madri pensassero di poter scegliere diversamente a ciò che la natura ha già scelto per loro, incuranti degli ormoni e delle conseguenze di tali pratiche.
 
Non hanno fatto leggi in Italia, che permettano alle madri, come ad esempio avviene in altri paesi europei, di crescere i loro bambini almeno per i primi tre anni. In fondo: cosa sono tre anni se considerati nell’arco di una vita intera? E guarda caso, la letteratura psicologica ci informa su come i primi anni di un bambino siano fondamentali per una sana crescita affettiva e relazionale.
 
Hanno sbagliato soprattutto a fare della maternità e della nascita una materia manageriale, un business che arricchisce le tasche di molti ed impoverisce l’umanità e la capacità di amare di tutti.
 
Maternità è capacità d’amare a partire dall’istinto.
 
Una madre “normale” non è più abituata a guardare il proprio bambino per capire se ha fame, sonno o freddo, perché sul mercato c’è sempre un attrezzo che la sostituisce: il libro col metodo per far dormire i bambini, il dispositivo che decifra il pianto del bambino e ti dice cosa fare, il latte artificiale per tutti, la richiesta spesso accolta di un cesareo programmato per non affrontare il travaglio e ultimamente anche il libro che definisce i neonati maleducati,[3] cosicché i genitori si sentano da subito inadeguati se non domano i loro figli, in dovere di non sentire ma di fare.
Ma il bambino non è un elettrodomestico[4] che si accende e si spenge a piacimento del genitore o del pediatra!
 
Essere madre significa, a mio parere, più saper essere che saper fare. A cominciare dal parto. Non esiste corso o libro che possa insegnare alla madre a partorire, né che le dica quando o come inizierà e si svolgerà il suo parto, quel parto!
 
Le madri per essere ciò che la natura ha selezionato da migliaia di anni non hanno bisogno di tanta cultura e di tante parole, non hanno bisogno di chiedere l’autorizzazione agli esperti su cosa fare col proprio corpo e col bambino, hanno bisogno di essere libere di scegliere e di essere informate correttamente.
 
Michel Odent[5], in tutte le sue magistrali opere, afferma che il parto e l’allattamento in quanto parti della vita sessuale di una donna, hanno bisogno delle stesse condizioni in cui avviene l’incontro col partner: intimità, calore, silenzio, non sentirsi osservate, non avere fretta. In altre parole, individualità, spazio e tempo in maniera imprevedibile e non circoscrivibili da limiti preconfezionati.
L’ignoto spesso spaventa e quindi autorizza a fornire spiegazioni e deleghe che sembrano risolvere il problema. La verità è che il problema in sé non esiste se noi restituiamo alle donne la fiducia del loro essere madri così come loro sentono di volerlo essere.
 
Maternità è fiducia nelle proprie sensazioni, ascolto di sé, sensibilità, libertà di movimento, regressione per sintonizzarsi meglio su di sé e sul bambino, per poi aprirsi insieme al mondo ed alla vita.
 
Le donne devono sapere che hanno un corredo ormonale potentissimo che le aiuterà in ogni fase della loro vita sessuale, l’assistenza alle donne dovrebbe essere individualizzata e non globalizzata.
 
Una figura che potrebbe fare la differenza nel valorizzare la maternità è quella della doula, quasi sconosciuta in Italia, anche se Klaus e Kennel[6] nel 1994 hanno pubblicato un libro importantissimo al riguardo, dove illustrano la funzione e i benefici che una donna può avere con un adeguato sostegno durante il parto ed il puerperio: la lunghezza del travaglio si accorcia, i cesarei si dimezzano, diminuisce il ricorso ad anestesia, l’allattamento risulta facilitato, aumenta la partecipazione e la tranquillità del padre.
La doula potrebbe avere un valore immenso in quanto madre di tutte le madri, facilitatrice di acquisizione del ruolo materno e genitoriale, tramite fra la famiglia, la donna e le istituzioni, durante e nel periodo intorno al parto.
 
Già, perché il tesoro intero della maternità è racchiuso e rappresentato nel parto: una donna sente il suo corpo e il suo bambino comunica con lei attraverso il dolore, sa quale è il momento giusto di muoversi, di spingere, di farsi aiutare, come nessun altro può sentire! Sa quale posizione le fa sentire meno dolore e le facilita la progressione della discesa del bambino verso la luce e dopo che è nato, sa quando offrire il seno e per quanto tempo. Ma bisogna comunicarle fiducia e accettazione, libertà e disponibilità all’ascolto, così come lei dovrà fare poi col proprio bambino fin dai primi istanti e per tutta la vita.
Ci sono due condizioni però perché ciò avvenga: la mamma va lasciata libera  e va sostenuta in ogni suo bisogno. In questo la doula può aiutarla.
 
Un’ultima riflessione, vorrei dedicarla ai padri, senza i quali nessuna madre potrebbe diventare tale. Il valore della maternità può essere tale anche grazie al loro ruolo di innescatori del viaggio verso una nuova vita. È grazie al loro sostegno e alle loro forti braccia che avvolgono nei momenti di bisogno e non solo, che una madre può appoggiarsi con serenità. È grazie al loro ruolo di filtro, un po’ come l’azione della placenta nell’utero, che dopo la nascita, il padre, media tra la diade madre bambino e l’esterno, proteggendo la loro unione e la famiglia. È grazie ai padri se le donne trovano la forza che spesso manca dopo le fatiche del parto e dell’accudimento di un bimbo piccolo.
 
Qualcuno potrebbe dire che la maternità è “sacrificio” e a questo proposito vorrei citare le parole di un padre illustre[7]:
 
«Si sacrifica un alpinista per raggiungere la cima? Si sacrifica chi studia per un concorso per diventare notaio, o chi fa pratica al pianoforte? Non stanno facendo qualcosa che li disgusta; stanno facendo quel che desiderano fare. Io non voglio scalare una montagna né essere un notaio, per questo non lo faccio.
Se volete portare vostro figlio in braccio, o dargli il seno, fatelo. Se volete smettere di lavorare per mesi o anni per crescerlo, o rifiutare una magnifica opportunità di lavoro, per stare con la vostra famiglia, fatelo. Ma solo se lo volete. Se non volete, non fatelo. Dire: “Ho sacrificato la mia carriera professionale per stare con mio figlio” è assurdo tanto quanto dire: “Ho sacrificato la relazione con mio figlio per la carriera”. Non sono sacrifici sono scelte. Chi fa quel che vuole non sta rinunciando, sta riuscendo; non si sacrifica, ma trionfa.
La sfumatura è importante perché chi fa un sacrificio lo fa malvolentieri. Non si considera appagato, crede che gli si debba qualcosa. Presto o tardi avrete conflitti coi vostri figli che potrebbero farvi dire “ Con tutto quello che ho fatto per te!” Oppure: “Per colpa tua non sono arrivato a…” Le parole una volta dette non possono essere cancellate. Le persone che avranno fatto ciò che sentivano e desideravano pensano: “che peccato che dopo tutti gli anni di gioia che mi hai dato, ora abbiamo un conflitto” oppure “grazie a te ho avuto il privilegio di essere padre”. O meglio ancora, lo dicono
 
Lavoriamo e impegnamoci quindi, perché tutti in ogni angolo della Terra, rispettino il potere e il valore della maternità, ne va del futuro dell’intera umanità.
 
 
Questo contributo è dedicato a mia madre che mi ha lasciato un anno fa, mentre ero al settimo mese di gravidanza in attesa della mia seconda figlia: quasi un passaggio del testimone verso un’unione di donne  
al di là del tempo, dello spazio e della coscienza.
 
 
 
 
 
 
 
 


[1]De Luca E., (2006), In nome della madre, Feltrinelli, Milano.
[2] Braibanti L. (1993), Parto e nascita senza violenza, red edizioni, Novara.
[3] Sarti P., (2008), Neonati Maleducati, Giunti Demetra, Firenze.
[4] Mieli G., (2009), Il bambino non è un elettrodomestico, in corso di pubblicazione.
[5] Odent M. (2008), La scientificazione dell’amore, Apogeo, Milano.
[6] Klaus M.H., Kennel J.H., Klaus P.H., (1994) Far da madre alla madre, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.
[7] Gonzalez C., (2007), Un dono per tutta la vita, Il leone Verde, Torino.

 


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