Quello spauracchio della depressione post partum...





Ad ogni nuovo caso di madre assassina i media si scatenano nell’assicurare ampia risonanza all’evento e con essi tutti vari “specialisti” chiamati in causa a dare pareri, a fornire spiegazioni e ad analizzare le possibili cause.

Credo sia interessante questa parossistica quanto passeggera attenzione dell’opinione pubblica su un tema così delicato e intimo. Tocca infatti molto profondamente la coscienza collettiva, e la desta (solo per un attimo purtroppo e solo per interesse) dal quotidiano sonno della coscienza.

L’attenzione pubblica invoca subito “la soluzione” ed eccola trovata, perché non proporre il TSO per le donne con depressione post partum “grave” ?

 La proposta arriva dai ginecologi dopo i casi di infanticidio, l´ultimo a Passo Corese. La Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e L’Associazione Strade Onlus propongono di applicare la procedura del Tso extraospedaliero nei casi gravi. Una istanza presentata al ministro della Salute Ferruccio Fazio per un intervento, imposto, che potrebbe rendersi necessario per almeno mille donne ogni 12 mesi, secondo quanto stima Strade Onlus.  

In questi tre giorni ho già ricevuto due telefonate di donne in puerperio che mi hanno parlato in tono molto allarmato della depressione post partum, una di loro mi ha detto: “ se dovessi avere comportamenti strani, qualsiasi cosa ma non mi portate dagli psichiatri !”. E’ una mamma amorevole e capace, perfettamente in grado di prendersi cura del suo bambino, eppure la paura serpeggia e la paura fa male.

Intanto l’informazione: questi sono i criteri diagnostici per l’episodio depressivo maggiore:

La persona ha esperito 5 o più dei seguenti sintomi continuativamente per un periodo di almeno due settimane e in un modo che si discosta dal suo funzionamento abituale ?

  1. sentirsi depressa e triste per la maggior parte della giornata

  2.  Perdita di interesse e capacità di trovare piacere da tutte o quasi tutte le attività in precedenza trovate piacevoli.

  3. una significativa perdita di peso in assenza di dieta o un aumento di peso oltre i venti chili, oppure una diminuizione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno

  4. difficoltà a dormire durante la notte o bisogno di dormire durante il giorno

  5. la persona è visibilmente rallentata o agitata durante la giornata

  6. la persona riferisce di sentirsi affaticata o lamenta una perdita di energia durante quasi tutto il giorno.

  7. sentimenti di indegnità o senso di colpa estremo e inopportuno

  8. difficoltà di concentrazione o nella capacità di pensare, gli altri possono considerarla indecisa.

  9. ricorrenti pensieri di morte o ideazione suicidarla, senza uno specifico progetto o tentativo di suicidio. (Nel caso delle madri paura costante di uccidersi o uccidere il proprio bambino).

Fonte  American Psychiatric Association

 

Si, lo so cosa state pensando, è molto facile che in puerperio le donne sperimentino alcuni o anche tutti i sintomi qui descritti, e allora, tutte le donne hanno la depressione post partum ? Certamente no, come sempre nel mondo della mente, il problema non è la qualità, ma è la quantità.

Se avete tutti e nove i sintomi per dodici ore una volta alla settimana, è molto probabile che non abbiate nulla, se li avete tutti e nove per due ore al giorno, è probabile che stiate soltanto attraversando un momento di crisi. E le crisi nel diventare madri sono all’ordine del giorno !

Se riuscite a farvi una doccia, vi sentite meglio ? Riuscite a pensare che una chiacchierata con un’amica forse vi farà sentire meno sole ? Vi fa stare meglio pensare che i problemi con il vostro partner non li avete solo voi ? Che statisticamente parlando, il primo anno di vita del bambino è per il 90 % delle coppie italiane il momento di maggiore allontanamento emozionale tra i coniugi, e che dopo nella maggioranza dei casi i partner si riavvicineranno ?

Chi è che può vantare otto ore di sonno di fila appena diventata madre ? Chi è che non si sente stanca ? Chi è che non ha difficoltà a concentrarsi ? Chi è che non guarda (eufemisticamente parlando) con apprensione ai chili di troppo ? Chi è che non ha pensato di buttare il proprio figlio dalla finestra ? (come t’ho fatto ti disfò, dicevano le vecchie mamme toscane di una volta). Chi è che non si è sentita inadeguata, oppure in colpa ? (starò facendo bene, perché continua a piangere ? forse è perché mi è successo questo o quest’altro ?). Chi non ha sentito tutta la difficoltà e la fatica di ritrovarsi da sola con tutta la responsabilità di mantenere in vita un tesserino di cui non capisci la lingua e che stai solo cominciando a conoscere ?

A chi non è successo tutto questo alzi la mano.

E scagli la prima pietra…

 

Si certo, se provate almeno dei cinque sintomi descritti continuativamente allora è bene che parliate con qualcuno. Forse sei depressa. Ma che vuol dire per te essere depressa ? Cosa stai provando ? Cosa mi vuoi comunicare ? Parlami di te, raccontami…

Personalmente non amo e non utilizzo le diagnosi. Le diagnosi rischiano di essere contenitori vuoti, etichette, che chiudono le relazioni invece di aprirle. La “diagnosi” si costruisce insieme, è proprio questo il suo significato Dia = Fra; Gnosi = Conoscenza. Conoscere nella relazione.

Oppure come direbbe Bandler: Come fai ad essere depressa ? Come stai “costruendo” la tua depressione ?

 

Cosa si può fare per ridurre veramente il rischio di depressione post partum ?

I gruppi dopo parto dovrebbero essere molto più diffusi e soprattutto bisognerebbe riuscire a comunicare alle donne la loro importanza.

Lavorare sulle ideazioni negative, e continuare tutto il lavoro di contatto con il proprio corpo e con il momento presente già cominciato in gravidanza. In modo che il dopo parto sia un’esperienza da vivere “attimo, dopo attimo, dopo attimo”, per acquistare presenza e consapevolezza, apertura e accoglienza della gioia come della sofferenza.

 

Rimanere da sola io credo sia il vero rischio, il vero pericolo.

La maternità è un momento in cui le donne non possono e non devono rimanere da sole.

Non a caso, non esiste cultura tradizionale in cui la donna venga lasciata sola nel puerperio. Anche nelle culture più “maschiliste” e patriarcali, la donna è libera di tornare a casa da sua madre nei primi mesi dopo il parto, o avere un’assistenza e un sostegno continuativo da una o più persone a lei familiari e da lei scelte.

La doula è proprio questo: in travaglio “non si discosta di un passo” dalla donna che partorisce, in puerperio è sempre disponibile.

E’ la relazione che cura, garantisce e protegge.

Da qualche decennio abbiamo perso questo sapere antico con il risultato di aumentare e aggravare la solitudine e la sofferenza femminile. La donna è esposta oggi come non mai, alle critiche dei benpensanti, alla patologizzazione in corso, al sentirsi attribuite tutte le responsabilità “quando qualcosa non và”.

La risposta non è e non può essere il Tso, un’ennesima violenza, in cui la donna è strappata al suo ambiente e ai suoi familiari, bollata con il marchio del “caso psichiatrico”, seguita da sconosciuti, obbligata all’assunzione di farmaci, dai quali, forse, non si riprenderà mai più.

 

La nostra risposta è creare una rete solida di supporto e di sostegno, da donna a donna e soprattutto creare una nuova cultura della maternità, in cui chiedere aiuto vuol dire essere maturi, non dipendenti, e avere un supporto continuativo nel diventare madri è e deve essere, un diritto in una società umana che ha a cuore il benessere dei suoi membri.

 

 

 

Di Emanuela Geraci

Counselor e doula

 




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