L´opinione di essere madre








Ultimamente mi sono confrontata con alcune neomamme e le loro ansie da “prime settimane” di vita del loro bambino. Così mi sono chiesta: cos’è quest’ansia che le fa soffrire, interferendo spesso molto più dei piccoli problemi di cui dovrebbero essere la causa, con il sereno avviarsi di una delle relazioni più importanti della nostra vita ?
In effetti niente di più normale, il diventare madre è un momento di crisi, tutto cambia, e dobbiamo affrontare continuamente nuovi problemi e dare nuove soluzioni.
Così volgiamo lo sguardo in giro, alla ricerca di conferme, rassicurazioni, qualcuno che sappia per noi. Come farebbero delle giovani elefantesse, che si rivolgono all’esperienza della più anziana, la matriarca, che grazie alla sua esperienza riesce a traghettare le giovani e a trovare il guado. E qui il cammino si fa ancora più irto di ostacoli. Nel giro di tre generazioni, i modelli di cura, sono cambiati enormemente, la trasmissione del sapere materno è interrotta, le donne sia ieri che oggi, utilizzano il sapere scientifico come arma nel conflitto tra generazioni. La neomadre di oggi può citare “l’ipse dixit” dell’ultimo scienziato, ricercatore, o ginecologo di turno, che sia pro “modello medicalizzato o pro “modello natural-olistico”.
Il tutto a scapito di una reale sicurezza della neo-madre, una sicurezza che in questioni di maternità non è e non può essere fondata né sul “che cosa fare”, né sull’ipse dixit. E tanto più una giovane madre può essere considerata insicura, quanto più si attacca all’ideologia del momento, al “è giusto così”.
Perché quello che una madre sufficientemente buona può trasmettere non è mai un “che cosa”, ma un “come”, uno spazio di libertà, in cui sentirsi “adeguate”, “al proprio posto”, sicure di saper essere madri, semplicemente perché lo siamo. Sicure che in questo spazio di libertà che è la relazione con il nostro bambino, noi sapremo, osservare, comprendere, abbracciare la realtà esattamente per quella che è, e non per come noi vorremmo che fosse.
Infatti è proprio qui, in questo nodo che nascono i problemi, e che nasce l’ansia, là dove noi forziamo il nostro desiderio in una direzione che non è quella che la realtà ci sta indicando in questo momento.
Le neo-madri si lamentano:
Non dorme sei ore di fila
Non sta crescendo come dovrebbe
Non sa stare tranquillo in carrozzina, come il figlio della mia vicina, ma vuole essere sempre preso in braccio.
E qui per una doula l’occasione è ghiotta, per sfoggiare il nostro sapere pro-naturale, perché certo il contatto per dei cuccioli di mammifero come noi siamo, è la cosa più indicata, e hai provato il bed sharing e il co-sleeping ?, e si sa le curve di crescita per l’allattamento artificiale sono diverse da quelle dell’allattamento naturale. E qui cadiamo in trappola, sostituiamo un ipse dixit a un altro, un sapere più o meno scientifico ad un altro, e così perdiamo la relazione.
Quello che invece le neo-madri vogliono è proprio un’altra cosa. Che qualcuno crei per loro quello spazio di libertà, che poi possono offrire ai loro figli, qualcuno che le “veda” nei loro sforzi, di osservare, percepire, comprendere cosa è meglio per sé e per il proprio bambino, quanto sono brave, quanto già sanno tutto quello che c’è da sapere.
Qualcuno che sappia rimanere nell’ansia di “non sapere cosa è giusto fare”, fino a quando la “soluzione” non avvenga da sé, “cada” semplicemente come un frutto maturo.
E di certo di allattamento naturale e co-sleeping si può parlare, ma sempre demandando alla donna e alle sue scelte, ai suoi valori, la responsabilità di scegliere il modello di cura più adatto, e mai come “soluzione”.
Quello che l’ansia ci racconta è il desiderio di evadere dai vincoli delle nostre programmazioni, e dei nostri attaccamenti. Diventare madre impone il distacco dalle nostre opinioni, da quello che “sappiamo essere vero e giusto”, per vivere il “qui ed ora” della relazione con nostro figlio. Che è alla nascita, l’essere più nuovo e meno programmato del mondo. E’ un essere libero, ed è la sua libertà che può liberarci. Abbracciare la realtà della relazione con nostro figlio, fin dalla gravidanza, vuol dire aprirci ad un modo di essere e di pensare nuovo, che è il suo. Fino a che il bambino corrisponde alle nostre proiezioni di chi nostro figlio dovrebbe essere e cosa dovrebbe fare, tutto va bene, siamo innamorati di nostro figlio, ma non lo amiamo. L’amore comincia quando ci permettiamo di vedere chi è, quanto sia diverso dalle nostre aspettative, quanto sia indipendente da noi, quanto sia libero.
Bisogna lasciare le nostre illusioni, la prigione delle nostre fantasie, di quello che avevamo pensato fosse essere madre. La realtà è proprio qui davanti a noi, ed è bellissima. Cambia continuamente e non ne abbiamo il controllo. Soprattutto questo, per molte madri è questa una delle fonti più grandi di sofferenza, noi non controlliamo la vita dei nostri figli come non possiamo controllare la vità in sé, non possiamo evitare il dolore e la sofferenza dei nostri figli, come non possiamo evitare il nostro.
Così, a poco a poco, lasciamo andare le opinioni, il controllo, l’attaccamento, e possiamo imparare a goderci il miracolo della vita, così come si presenta. 

di
Emanuela Geraci
counselor e doula
 


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