Lentamente madre




Lasciate alla nascita la sua lentezza e la sua gravità” (Frédérick Leboyer)




Dice Maria Zambrano in “Verso un Sapere dell’Anima”:La vita è attività incessante persino nella sua quiete. E tale attività anche nel suo stato di quiete, deve avere un minimo grado di trasparenza. Trasparenza della vita non vuol dire altro che apertura ad accogliere e forza di resistere. Accettazione e resistenza sembrano essere le condizioni ultime della vita.
Nei primi anni di vita di un bambino le madri sono consegnate ad un ritmo di vita diverso, può essere lento, lentissimo nei primi mesi, quando bisogna creare il nido e la culla per sé stesse e il proprio bambino. Tempo di apprendimento, in cui le cose nuove sono così tante che il tempo non scorre mai, a volte il tempo sembra scomparire nella beatitudine della contemplazione di nostro figlio o nostra figlia, un tempo che vorremmo infinito, irripetibile e irrinunciabile. Consapevoli, acutamente consapevoli del tempo che fugge, “tempus fugit”, a volte solo pochi mesi prima del ritorno al lavoro. E come la Penelope di Adriana Cavarero in “Nonostante Platone”, la madre protrae il tempo del suo sottrarsi, perchè questo sottrarsi è appunto ciò che apre e conserva il luogo anomalo di Penelope e della maternità. Anomalo rispetto al luogo di moglie e di donna nell´ordine simbolico che la prevede. La ripetizione identica del quotidiano consente l´attesa.
L´azione, le gesta, la guerra sono altrove.
Penelope ritaglia il luogo femminile del suo appartenersi e disloca altrove l´ordine patriarcale ponendovi uno iato impenetrabile.
Nel lavoro domestico, che tesse e disfà, essa è astuzia prudente, in un´interezza che non prevede separazione tra corpo (lavoro delle mani) e mente (pensiero), Penelope li lega insieme. Così fanno le madri donando corpo e immaginazione ai loro figli.
Ma la lentezza nel nostro mondo come è contrassegnata ? E´ lento ciò che è stupido, inabile, incapace, essere lenti è una perdita di tempo nel mondo dell´azione. Ed il dubbio, il peso della lentezza si insinua nella vita delle madri, la ripetizione è noia, l´interno e gli interni in cui un bambino ci costringe a vivere sono soffocanti. Uscire con un neonato a volte può essere un´impresa, tutto cambia in continuazione, l´imprevisto è all´ordine del giorno, programmi e piani che davano un senso, un ritmo ed un orientamento allo scorrere del tempo sono spazzati via. I bambini vivono così intensamente il tempo presente che non conoscono appuntamenti, impegni, orari. Mettiamo fretta ai nostri figli e i primi a soffrirne siamo noi. I bambini ci guardano con gli occhi di una lenta, gioiosa, innocenza, e noi rispondiamo inquieti, lentamente ricordando quando il presente era tutto, e passato e futuro dei giocattoli sconosciuti.
  • Su forza, vestiti, è ora di andare ! Perchè non ti sbrighi, sei ancora lì ?
Possiamo permetterci il tempo della lentezza ? A volte no, perché il lavoro, la scuola, tutti quei rassicuranti riti del quotidiano che ci assicura l´abitudine sono troppo importanti per noi.
A volte siamo velocemente eccitati, il tempo dell´attività è veloce, i bambini corrono, cambiano, cambiano così rapidamente e siamo noi ad implorare: “Ancora un po´ di tempo per favore, non sono pronta !”. Siamo lente, troppo lente, rispetto all´agile freschezza dei bambini e delle bambine. Ci sentiamo pesanti e goffi, ed è troppo difficile stupirci ancora di fronte al mondo, mentre tutto è nuovo di fronte allo sguardo di un bambino curioso.
Con tutto si può giocare e tutto può ancora essere nuovo, compreso la lentezza. Lentamente ti riprendi dalla notte insonne e disimpari, disfai la tela del tuo vecchio io, mentre accogli la realtà che ti viene incontro come un dono, con l´anima vuota come dice ancora la Zambrano, “perchè ci sono presenze che non possono discendere laddove ne esistono altre”.
Ed allora lentissimamente e ancora più lenta ti muovi ad una velocità che non avresti mai immaginato, la velocità della vita, con la furia dei i suoi uragani ed il lento stillare della goccia sulla pietra.

Emanuela Geraci




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