Un´importante sentenza della Corte Costituzionale in merito alla maternità

Un’importante decisione della Corte costituzionale
Con la sentenza n. 116 del 2011 la Corte costituzionale ha affrontato il delicato problema relativo al momento in cui la madre, lavoratrice dipendente, può usufruire del congedo obbligatorio dal lavoro per maternità nel caso in cui abbia partorito prematuramente e il bimbo sia stato ricoverato in ospedale.
In questo caso, la Corte ha riconosciuto alla donna la possibilità, a sua richiesta, di godere di tutto il congedo obbligatorio, o di una parte di esso, dal momento in cui il bambino entra nella casa familiare, anziché dal momento del parto.
Per comprendere il significato di questa decisione, bisogna ricordare che:
 
·        la legge dispone che la donna non può svolgere la propria attività lavorativa nei 2 mesi prima della data presunta del parto e nei 3 mesi successivi al parto (ovvero, 1 mese prima e 4 dopo, a scelta della lavoratrice) [art. 16 del decreto legislativo n. 151 del 2001];
 
·        si tratta di un vero e proprio divieto, tant’è che il datore di lavoro che non lo rispetta commette un reato.
 
Questo meccanismo è pensato sia per tutelare la salute della donna che sta per partorire o ha partorito, sia anche per garantire che, una volta che il bimbo è nato, la madre possa prendersene cura in modo pieno e tra i due possa instaurarsi quella relazione fisica ed affettiva così fondamentale per entrambi.
È però possibile che, in concreto, questo meccanismo di tutela risulti troppo rigido.
È quanto può accadere nel caso di parto prematuro in cui il neonato abbia bisogno di cure ospedaliere.
Esemplare, in questo senso, è il caso da cui la decisione della Corte prende origine.
Una lavoratrice dipendente partorisce con 3 mesi di anticipo rispetto alla data presunta e la bimba viene immediatamente ricoverata in terapia intensiva e dimessa solo dopo 4 mesi dalla nascita.
La madre aveva chiesto di poter rientrare al lavoro mentre la figlia era ricoverata e di usufruire del periodo di congedo obbligatorio dal momento in cui la bimba sarebbe stata dimessa dall’ospedale, in quanto quello sarebbe stato il momento in cui si rendeva necessaria la sua presenza a casa per poter stare con la figlia.
L’INPS e il datore di lavoro lo hanno negato perché la legge vieta di adibire ad attività lavorativa la donna nei 3 mesi successivi al parto.
Con la sentenza n. 116 del 2011, la Corte costituzionale ha invece riconosciuto tale possibilità dichiarando incostituzionale la norma che non lo consentiva.
Per effetto di questa decisione, dunque, in caso di parto prematuro con ricovero del neonato presso una struttura ospedaliera, la madre lavoratrice dipendente può:
a) godere del congedo obbligatorio per 3 mesi subito dopo il parto (ovvero 4 mesi nel caso in cui abbia usufruito di tale possibilità)
 
oppure
b) mentre il bambino è ricoverato in ospedale, può scegliere di rientrare al lavoro e usufruire di tutto il congedo, o di una parte di esso, dal momento in cui il bimbo, dimesso dall’ospedale, arriva a casa.
In questo caso, però, è necessaria una certificazione medica da cui risulti che la mamma è in grado di riprendere l’attività lavorativa.
 
Si tratta di una decisione importante per più motivi.
Innanzitutto, ribadisce un concetto che la Corte costituzionale ha già affermato e cioè che il congedo obbligatorio per maternità non è soltanto un meccanismo per proteggere la salute fisica della madre che ha appena partorito, ma anche uno strumento per tutelare e salvaguardare quel momento così delicato e fondamentale in cui mamma e figlio devono scoprire un nuovo modo di stare insieme.
Inoltre, e soprattutto, attribuisce alla donna la possibilità di scegliere come modulare, in base alle esigenze sue e del figlio, la ripresa dell’attività lavorativa.
Infine, la sentenza n. 116 ha riguardato soltanto il caso del parto prematuro, ma costituisce un’importante tappa perché in futuro possa essere riconosciuta la stessa facoltà alla madre tutte le volte in cui il bambino, appena nato, abbia bisogno di cure ospedaliere e non possa subito fare ingresso in famiglia.
 


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