Gravidanza, parto e dopo parto presso i Nativi Americani

Se ti sdrai, il tuo bambino non verrà mai fuori (proverbio indiano)







Gravidanza

Conoscete tutte il blessingway, il rituale sacro Navajo per benedire, incoraggiare e coccolare la donna incinta nelle ultime settimane di gravidanza.
Questa era accompagnata da rituali per purificare, fare doni, offerte e portare cibi nutrienti. Durava nove giorni e culminava nella notte di “Veglia”, dove la donna incinta rimaneva sveglia ad aspettare l’alba e salutare il sole sorgente.
Le donne della tribù la circondavano per massaggiarla, prepararle cibi salutari che la rafforzassero, donarle i loro talismani e cantare su di lei. In particolare cantandole la loro storia di creazione: “La storia della donna che cambia” (Changing woman)

 
Alcune tribù credono che le donne incinte non devono mai incrociare gambe, indossare collari stretti, e devono evitare il sesso. Molte insegnano che la donna incinta deve visualizzare solo cose buone e sane e mangiare cibi specifici in gravidanza per avere un bambino sano.
 
La donna è incoraggiata a camminare molto, per mantenere piccolo il suo bambino, in modo che passi facilmente dalle pelvi, e tenere le anche aperte. Le donne sono anche incoraggiate a lavarsi mani e piedi giornalmente e ripararsi in caso di brutto tempo.

I Navajo estendono questa prescrizione al padre del futuro nato, sconsigliandogli di legare animali durante la gravidanza della moglie, in modo da evitare che “si leghi” anche il bambino in grembo, rendendo il travaglio più difficile. E chiedono anche ai padri di lavarsi mani e piedi quotidianamente.
 
Alcune donne utilizzano erbe e tinture per affrettare la nascita, come nel caso della tintura di radice per i mohicani e la corteccia di ciliegio selvatico per i Cherokee. Altre tribù non usano medicinali per non spaventare il bambino.



Il Parto
 
 
Alcune tribù chiedono che la donna abbia una nascita solitaria (come per gli Hopi), mentre altre forniscono un’assistenza durante il parto. Spesso assistono la madre della madre, la nonna, o le donne anziane della tribù. Alcune tribù permettono anche agli uomini di assistere ed essere presenti al travaglio e anche di dare un sostegno attivo (come per i Kickapoo).
 
Alcune partoriscono dentro il santuario del villaggio, altre nella propria casa, o in costruzioni cerimoniali costruite appositamente (come per gli Inuit e Gli Algonquian). Mentre in altri casi le donne partoriscono nel bosco o accanto alla riva di un fiume (Come nel caso dei Mi’kmaq o dei Bella Koola)

I Navajo chiamano le loro levatrici “coloro che tengono”, Gli Inuiti le chiamano “Madre cordone”. Tutte le tribù usano l’appellativo di “Donna meducina”, o “ Con-le-donne”.
 
Le donne durante il travaglio camminano, si accovacciano, si inginocchiano, si piegano, si appendono, stanno a quattro zampe, rimangono in movimento per facilitare e rendere più rapida la discesa del bambino. L’unica posizione che non terranno mai è di sdraiarsi supine. Alcune culture dei nativi americani usano i bagni di fumo. La donna si accovaccia su di una pentola d’argilla dove brucia dell’alloro. Un’assistente al parto soffia il fumo nel perineo della madre
 
Ci sono diversi sistemi per aiutare le donne in travaglio. Corde da appendere ai rami degli alberi perché la donna si appenda, sgabelli su cui sedersi. Un fuoco acceso, e acqua calda per bere infusi d’erbe e bevande calde. Oli per il massaggio perineale. Alcune tribù usano canti e musiche per aiutare la madre durante il travaglio, mentre alcune donne la aiutano a vocalizzare.

Molto spesso i bambini appena nati non vengono presi con le mani ma direttamente  accolti dalla terra, su delle foglie. I bambini vengono in genere strofinati vigorosamente con ceneri e grasso animale e vengono fasciati stretti subito dopo la nascita. Le donne vengono incoraggiate a “scoprire” il loro bambino e ad allattarlo il più presto possibile..

Le donne nativo-americane hanno una vasta tradizione erboristica per aiutare il travaglio
Black or Blue Cohosh, Red Raspberry Leaf, Partridgeberry, American Licorice, Broom Snakeweed, Buckwheat, Black Chokeberry, Smooth Sumac, Balsam Root Bark, Birth Root, Corn Smut, Wild Yam, Black Haw, Hottentot Fig, Pennyroyal, Bayberry, and Cotton Root  erano tutte impiegate per I comuni problemi legati al parto: travagli lunghi, emorragia postpartum, problemi con la placenta.

A volte le assistenti al parto offrivano alla donna in travaglio massaggi e contro-pressione sul perineo o sulle anche. A volte le donne si aiutavano legandosi delle fascie di cuoio o di stoffa ai fianchi e stringendo alla fine della contrazione.


Alcune tribù specialmente gli Hopi, Akimel O’odham, Tohono  e gli Yaqui, usano i labirinti  come simbolo di nascita, rinascita e transizione da un mondo a un altro. Usualmente venivano realizzati partendo da una croce che rappresentava i quattro punti cardinali, le quattro stagioni, e la fonte del potere spirituale. C’era una sola via d’entrata e d’uscita, così non ci si poteva spaventare di “perdersi”. Invece il suo significato è più vicino allo “scoprirsi”, e al “trovare se stesse”.
Gli Hopi usavano il labirinto per insegnare il rapporto tra la Madre Terra e la madre umana e il bambino umano e la loro mortalità. I muri esterni rappresentano l’utero, le linee interne , il cordone ombelicale e il viaggio della vita, il centro rappresenta il sacco amniotico, il centro della vita, l’inizio della conoscenza e del sapere.  



Non è certo che le donne camminassero all’interno di questi labirinti, ma si  sa che li creavano con la sabbia li usavano come rituali meditativi
 
 

Postpartum


Le donne dei native americani erano robuste e in eccellente forma fisica. Avevano una dieta ricca e varia di prodotti freschi e stagionali. E in gran parte non conoscevano malattie e influenze. Questo permetteva un recupero rapido e senza problemi significativi. Tornavano presto alle loro incombenze quotidiane, dopo un breve periodo di riposo. Anche se certamente venivano osservati precisi rituali di benvenuto. Molte donne prendevano dopo il parto un tonico fatto con la segale cornuta per espellere la placenta e ridurre la perdita di sangue.

In molte culture native-americane si usava stendere il letto della neo.madre sopra delle pietre riscaldate. Come anche si usava prevedere un tempo in cui la donna si riposava e le donne della tribù si occupavano dei bisogni quotidiani, prendendosi cura di lei, facendole visite frequenti, portandole cibi speciali e massaggiandola.

Gli Shawnee  richiedevano 10 giorni di totale riposo, mentre il padre non poteva neanche vedere la donna e il bambino. I Pueblo chiedevano 30 giorni di riposo prima di dare il nome al bambino. In alcune tribù era il padre con un’aiutante a prendersi cura della neo madre durante il periodo di riposo.
 
Gli Hopi chiedevano un periodo di riposo di 20 giorni, in cui la donna non doveva vedere la luce del sole. Il diciannovesimo giorno una grande festa era preparata in suo onore, e la donna e il bambino venivano lavati  con attenzione e rituali appositi. Il bambino era strofinato con la cenere e la famiglia lo consacrava suggerendo dei nomi. Il padre annunciava il sorgere del sole, mentre la nonna sceglieva il nome del bambino, e il neonato vedeva la luce per la prima volta. Dopo tutti i parenti tornano alle loro case, tranne la madre che completava la sua purificazione nella capanna sudatoria.

Molte delle tribù dei Nativi Americani danno un grande valore mistico e sacrale alla placenta e al cordone ombelicale. I Navajo vogliono che la placenta sia seppellita entro i confini delle Quattro Sacre Direzioni, legando così il nuovo nato alla terra e agli antenati.
 
In molte delle Tribù delle Pianure, il nuovo nato era dotato di un sacchetto ricamato contenente i resti del cordone ombelicale. Era considerato un talismano da portare tutta la vita e con il quale venire sepolti. Si credeva che in questo modo l’individuo mantenesse la sua connessione con la tribù, preservasse l’unità familiare e ottenesse protezione per tutta la vita.

I Pueblo sotterravano il cordone ombelicale sotto il pavimento di casa, se nasceva una femmina, o in un campo di grano se nasceva un maschio.
 
I Wichita avevano rituali propri per il dopo-parto. La mattina dopo il parto, la donna più vecchia della tribù portava il nuovo nato al fiume, e dopo aver invocato per il bambino, protezione, forza, e salute, lo immergeva nella corrente. Questo era un rituale praticato anche da altre tribù durate tutto il primo anno di vita del bambino.
Per i Wichita il padre aveva la principale responsabilità per la salute del bambino. Aveva il compito di costruire la prima culla. Funzione che aveva un vero e proprio rituale cerimoniale da seguire, dalla scelta del legno di pioppo, e poteva fare offerte e preghiere anche durante il travaglio per assicurare la buona riuscita del parto.
 
Infine, per i Navajo era molto importante la cerimonia della “prima risata”. Credevano infatti che il neonate appartenesse a due mondi, quello degli “holy people”, e il popolo “terrestre” a cui appartenevano. Così tutti erano molto attenti a che il bambino desse il suo primo segno di gioia, piacere, di essere su questa terra, e in particolare la sua prima risata. Poiché la sua prima risata era ritenuta il segno che il bambino volesse “rimanere” su questa terra. Quando veniva udita la prima risata, si celebrava una piccola cerimonia, una festa in cui i partecipanti portavano regali e cibo. Inoltre si pensava che il bambino prendesse le caratteristiche di chi si era trovato a “testimoniare” della sua prima risata, assumendone la personalità.


Bibliografia
  • Rings L. Ancient symbols and ideas. New York: Plentium Press. 1999.
  • http://www.tidesoflife.com/placenta.htm
  • Ashley M. The book of myths and legends. Bristol: Paragon. 2000.
  • Deleary, Nicholas. "The Midewiwin, an aboriginal spiritual institution. Symbols of continuity: a native studies culture-based perspective." Carleton University MA Thesis, M.A. 1990.
  • A Native American encyclopedia: history, culture, and peoples - By Barry Pritzker, Oxford University Press
  • Mothers and daughters of invention: notes for a revised history of technology - By Autumn Stanley, Rutger´s University


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