Qualche volta nel buio

Qualche volta nel buio
                                                                                           Alla mia “Levatrice delle fate”
Di Emanuela Geraci

 

 
Igea
 
-         Sono le prime avvisaglie, ma puoi andare a dormire, secondo me per stanotte non ci sono problemi.
-         Le contrazioni sono regolari.
-         Si, ma si sono già fermate.
-         Aveva già chiamato due giorni fa.
-         Infatti, possiamo dormire tranquille per stanotte.
-         Forse domani
-         Ti volevo avvertire
-         Hai fatto bene. Fammi sapere tutte le novità, anche se devi svegliarmi
-         D’accordo
-         Lei come l’hai sentita ?
-         Paura. Troppo agitata, troppo presente. Ancora è lontana.
-         Ti ricordi quella volta che l’hai sentita dalla voce. Se arrivavamo un’ora più tardi era già nato.
-         Che bel parto è stato quello.
-         Questa volta secondo te ?
-         Possiamo essere fiduciose.
-         Bisogna fare attenzione alla madre. Può essere di grande aiuto. Quando arriviamo te la prendi in disparte e lei fai un bel discorsetto.
-         Tipo ?
-         Quanto è importante in questo momento per sua figlia…roba del genere, le dai un ruolo.
-         Giusto. Hai ragione.
-         Vediamo cosa troviamo, come si mettono le cose.
-         Si
-         Allora buona notte.
-         Ascolta, in realtà ti avevo telefonato per un altro motivo.
-         Dimmi.
-         La conosci Igea ?
-         Di persona ?
-         No scema. La dea, credo sia mitologia greca
-         Igea…devo pensarci, è la dea delle fonti, della salute, non so devo guardare.
-         Va bene, poi mi dici
-         Come mai ti interessa ?
-         Ho letto un articolo su Igea e la medicina naturale, mi sembrava interessante.
-         D’accordo
-         Notte.
 
Erano le due di notte e Marta si ricordò che non aveva innaffiato i gerani, così si sporse dalla finestra buia sul davanzale della sua casa di campagna per versare l’acqua nei vasi, la luna splendeva quasi piena, mancava poco, pochissimo, forse domani. Indossava una maglietta aderente color zafferano come pigiama e le mutande, la maglietta aveva uno scollo a vu, e il seno si protese generosamente alla vista mentre innaffiava i gerani, alla vista di un ipotetico passante. Ma la strada era deserta, solo gli ulivi lunari potevano guardarla, intravederne le labbra carnose, gli occhi tondi dalle ciglia folte, i capelli lisci e folti legati, l’espressione generosa e all’erta, il carattere deciso.
Pensava a quello che aveva chiesto a Lena, come sarebbe andata. Ne parlavano sempre prima, per esorcizzare la paura, “quello che può succedere”, la morte. Ogni volta era diverso, una storia a sé. Quella volta, il più bel parto a cui avevano assistito, non avevano fatto altro che parlare di morte tutto il tempo del viaggio in macchina, quando arrivarono, era come se gran parte del lavoro fosse già stato fatto. Avevano offerto poi un pranzo così ricco e buono, che ancora se lo ricordava, e quanto vino, a fiumi. E poi le storie, i racconti, la gioia, il silenzio, le lacrime, anche il nuovo nato aveva partecipato, anche lui attaccato alla puppa, per il suo primo pasto. Lei si sentiva con Lena come quelle fate invitate alla culla della principessa, ma la tredicesima poteva sempre arrivare.
Questa volta era stata Igea a dare il la. Decise di prendere il Graves dalla libreria e leggere qualche pagina per farsi ritornare il sonno. Si sedette sulla panca, fuori dalla casa, appoggiata ai forti muri di pietra. Igea figlia di Esculapio, ma forse nei miti più antichi, ne era in realtà la madre, sorvegliava le fonti e i corsi d’acqua, curava con le erbe, le era associato il corvo, forse bianco, prima che i corvi diventassero neri. In alcune versioni Esculapio, il dio greco della medicina era nato da cesareo, mentre Igea rappresentava il modo più antico di curare, quello dell’attenzione e dell’ascolto, madre o figlia a seconda dell’importanza che le si dava rispetto alla medicina degli strumenti e dei farmaci. Legati comunque, entrambi associati al serpente, ambigui come i serpenti, in grado di rinnovare la propria pelle, vincere la malattia.
 
 
 
La Ragnaia
 
Dalla località la Ragnaia lasciarono la casa per inoltrarsi nel bosco verso la valle delle fonti. La mattina era fresca, nonostante la calura estiva, Lena e Marta s’erano consultate brevemente, non c’erano ancora segnali decisivi, che potevano allertare sull’imminenza del parto che avrebbero assistito insieme a casa della partoriente. Niente quindi impediva loro di partecipare alla gita che avevano organizzato insieme agli amici quel giorno.
 La Ragnaia è un nome buffo, un amico mi disse che si vedeva apparire a quel nome una donna vecchia che vende ragni, o forse che tesse la loro tela o che li scuoia, come nelle favole ricavandone camicie.
 A me viene in mente una sera, in viaggio con il mio fidanzato, che sentii delirare un amico comune, mentre chiamava Lena “la grande tessitrice”, e non v’era nulla di bello in quello che diceva, era geloso, temeva che la sua compagna potesse essere manipolata da lei, invischiata in chissà quali trame, ed io guardavo tra le righe di quel racconto spuntare il solito naso adunco della vecchia strega, che spesso ci accompagna noi donne nelle menti degli uomini, soprattutto quando si tratta di donne un po’ insolite, belle e giovani.
E dunque mi affezionai subito a quel nome, di una donna che ancora non conoscevo e che immaginavo abitare in cima ad un monte ( come in effetti abitava), una fata potente nel suo castello diroccato, mentre tra le rovine sul verde dei prati saltavano bambini e capre contro un luminoso cielo grigio denso di pioggia e di temporali.
 
Ma quella mattina il cielo era azzurrissimo e procedevamo silenziose io e Lena, lasciata la casa di pietra e l’ampia serra di piante utili, la sorgente ingombra d’acqua, muschio e capeldivenere. Una statuina femminile di vetro la sovrastava, il genio del luogo.
 Ci inoltravamo verso il crinale, facendoci largo tra i rovi, cresciuti ormai più alti di noi, andavamo cogliendo le more, e qualche volta ci fermavamo a tagliare i rami più arditi che avviluppavano il sentiero. Avevamo deciso di passare dalla via interna, scavalcando la collina per raggiungere il luogo dell’appuntamento vicino all’acquedotto.
 
Dopo la prima faticosa salita tra i rovi, il sentiero si dipanava comodo tra i pini, osservammo una fagianella con già indosso i colori dell’autunno cercare di attirare la nostra attenzione, per allontanarci dal nido. E sorridemmo complici con i passi invitanti della madre.
Nel ridiscendere verso il tratto di sorgente a cui eravamo dirette la boscaglia si rifece fitta d’arbusti e di verdi differenti, nell’ultimo tratto del sentiero qualche olivo isolato avanzava coraggioso a contrastare il maestoso incedere del bosco, fino a che non sentimmo le voci degli amici, e la voce fluida della sorgente.
 
Li trovammo tutti allegri arrampicati sulle rocce, all’ombra delle canne che restringevano la riva, non osavano mettere i piedi nell’acqua gelida.
-Ehilà, ancora non ha partorito ! Esordì Teresa, Marta distinse i suoi figli Rock e Roll mentre giocavano bianchissimi con i ciottoli lungo il torrente. Il corso d’acqua scendeva ripido formando larghe pozze dove ci si poteva immergere insieme alle piante palustri che ombreggiavano il fondale ricavato dalla roccia gialla e viscida.
– Si fa aspettare questo nuovo nato…diceva Sebastien, il marito di Teresa, vestito di tutto punto. La coppia formava un piacevole contrasto, lei nuda come in dejuner sur l’herbe, Sebastien parlava un italiano assai forbito ed elegante, i vestiti biancosporco, che si riducevano ad una maglietta un po’ lacera e stinta ed un paio di pantaloni di cotone con l’elastico in vita avevano il compito di proteggere la pelle troppo bianca come quella dei suoi figli. La gran massa di capelli crespi d’un colore castano tendente al chiaro si protendevano a raggiera verso il sole come cercando di catturarne i raggi. La bottiglia dell’acqua e del vino erano immerse a metà nell’acqua in una zona d’ombra vicina alle cibarie.
 Un amico di Sebastien, Basil raccontava barzellette a Lidia, appena tornata dalla Spagna, dove aveva partecipato ad un congresso su Quevedo, le figlie erano tornate di malavoglia, perché non possiamo abitare in Spagna avevano chiesto. Lidia rideva, le barzellette di Basil erano innocenti, quasi bambinesche ma di sicuro effetto, parlavano di elefanti, topi e cabine telefoniche ma facevano ridere a ripetizione, scavalcando ogni adultità nel pubblico. Si fermò per salutarci affettuosamente con due baci sulle guance, era molto alto con la testa piccola, una gran pelata e degli occhiali giganteschi, ci regalò subito due volantini disegnati da lui, due inviti per il Carnevale di Parigi, che sembravano i disegni di Gian Burrasca, lui era Monsieur le Directeur, in effetti l’organizzatore del carnevale.
Più in là il marito di Lidia era comodamente seduto su una roccia, coinvolgeva il fidanzato della sorella di Teresa in una serrata conversazione, che spesso sfociava nel monologo, su quel famoso concerto per impalcature di John Cage. Disegnava l’aria con ampi gesti, esprimendo tutta la sua nervosa, magra fisicità di studioso di quanti, catturava l’attenzione con la sua logorrea brillante, ipnotica, il brillio degli occhi grigi da ragazzo divertito ed entusiasta del tutto ignaro di sé, con pochi punti fermi ad orientarlo sotto questa volta celeste, mentre le figlie cominciavano a dimostrare distanza e incertezza quanto lui incomprensione. – Attenzione a dove mettete i piedi, ci avvisò, il punto migliore è quello lì, indicò un punto nell’acqua, tra la roccia e dei sassi dalla facciata liscia. L’acqua era così gelida che mi si fermò il fiato, il sangue sembrava trasformato in spilli. Il sole fendeva a squarci le cime degli alberi, tagliando in diagonale con fasci di luce obliqui l’atmosfera del torrente. Dopo qualche esclamazione di freddo e d’orrore riuscimmo a raggiungere un’altra piattaforma di roccia, più che i polpacci non mi riusciva d’immergere. La piattaforma era illuminata dal sole, era caldissima, provenendo dall’ombra umida del bosco, avvistai Luca, a mezzo busto nell’acqua ci sorrideva barbuto, abbronzato e villoso con un’aria da moschettiere, gli occhi tondi e neri,  si muoveva come a rallentatore. Decisi di prendermi di coraggio, e di provare a imergermi in una delle conche naturali più illuminate, con meno acqua, speravo di trovarla un po’ meno gelida. Prendendo respiro mi immersi, niente da fare, mi sembrava di avere del ghiaccio sul corpo, così mi diressi verso il corso del torrente, lasciandomi trasportare dalla corrente, fino a qualche roccia più a valle, mi sembrava l’unica cosa da fare, e questo lo trovai piacevole. Il corpo era meno in tensione, anche se l’acqua continuava a sembrarmi freddissima.
C’era la sorella di Teresa, con i bambini, giocavano a guadare un tratto del torrente. Non era facile in effetti, bisognava trovare gli appoggi giusti. Io mi accodai a loro, e camminai per un po’ in fila indiana, appoggiando i piedi sui grossi sassi rotondi del greto. Sterpaglie e lucertole serpeggiavano al sole.
 Tutto era difficile in quel tratto, camminare era un gioco d’equilibrio, immergersi, nuotare, anche stare fermi al sole e trovare posti all’ombra per mangiare o riposarsi o bere. La natura non sembrava pronta ad accoglierci, tutto era scomodo. Eppure nessuno sembrava farci caso, stare era bellissimo, l’acqua fredda esercitava quella strana attrazione, ti costringeva in quello stato di stupore, come se fossimo tutti immersi in onde di musicalità insonora, un grandioso concerto senza suono.
 
Lena s’era trovata una roccia con schienale e leggeva le parole incrociate. Nessuno rimaneva a lungo nella sua posizione, tutto era scomodo ma stranamente piacevole, la scomodità generava il movimento. Anche spostarsi da una parte ad un’altra voleva dire passaggi incerti dentro o fuori l’acqua, i piedi potevano ferirsi in ogni momento.
 Come facevano un tempo a camminare sempre a piedi nudi, forse le scarpe hanno rappresentato uno degli acceleratori del tempo della storia.
Nell’ultima più grande pozza che visitammo prima di risalire per il sentiero e tornarcene a casa, si nuotava con agio. Da uno spunzone di roccia si potevano fare anche i tuffi. Quando Marta tornò a casa e vide la vasca da bagno non pensò neanche per un attimo alla possibilità di farsi un bel bagno caldo. Ancora si sentiva afferrata da quella stupita bellezza che aveva provato nella valle delle fonti immergendosi in quell’acqua freddissima.
 
 
 
 
Qualche volta nel buio
 
Dormì come un sasso, e quando si svegliò per il rumore che l’aveva svegliata, si sentì perfettamente riposata e stracolma d’energie. Era ancora nel cuore della notte, era andata a letto presto, non si sa mai, potevano chiamarla anche quella sera. Vide sul cellulare il messaggio, - vieni, è il momento – doveva essere il messaggio di Lena, anche se non si distingueva il nome del mittente. Si alzò, per un attimo invasa dall’ansia che le ingarbugliava la mente, poi prendendo un bel respiro pensò i passi successivi e si tranquillizzò. Si lavò rapidamente con l’acqua fredda, si vestì con la maglia a v color zafferano e la gonna rosso ciliegia, si pettinò più volte con la spazzola guardandosi allo specchio, scelse la collana di corallo e scese in cucina a prepararsi un caffè. Preparò la borsa pensando alla situazione che avrebbe trovato, non aveva ancora visto la casa, Lena gliel’aveva descritta, non sarebbe stato difficile trovare la strada, era curiosa ed eccitata ora. Anche la donna la conosceva appena, era stata soprattutto Lena a seguire la gravidanza, in genere era molto importante conoscere prima la persona, si poteva osservare durante il parto come in trasparenza i momenti importanti, l’atteggiamento di fondo nei confronti della vita. E lei sapeva osservare, fare e dire quello che serviva. A volte la cosa più importante da fare era niente, aspettare, lasciare che la donna prendesse tutta la scena, cavalcasse da sola il suo parto. Altre volte la donna si perdeva nel dolore e bisognava richiamarla con dolcezza, con fare deciso.
Ritornò in camera per dare un bacio a Saverio, il suo compagno, che le mormorò nel sonno un “in bocca al lupo” e la baciò con la bocca impastata di sonno.
Sentì uscendo l’aria fresca della notte e guidando si inerpicò sulle strade sterrate verso il monte. Lasciò la macchina fino a dove arrivava la strada e imboccò il sentiero che l’avrebbe condotta nel bosco. Era una notte serena, la luna era andata a dormire e rimanevano le stelle a vegliare con lei, il sentiero era tuttavia abbastanza illuminato, non aveva bisogno della piccola torcia ricaricabile che portava sempre con sé.
Passando in mezzo agli ulivi, vedeva le luci della città ad ogni tornante che si lasciava alle spalle, la musica di un concerto rock le faceva compagnia, il sentiero era largo e bianco, si vedevano bene i contorni degli alberi, un nitrito richiamò la sua attenzione verso un gruppo di cavalli, ombre pesanti che si accalcavano sotto gli alberi, pascolavano in piedi, ogni tanto sbuffando.
 
S’avvicinava all’inizio del bosco, avrebbe già dovuto avvertire la presenza di Lena, ma di lei nessuna traccia. S’erano messe d’accordo che si sarebbero aspettate in quel punto ma lei non c’era. Provò a chiamarla sul cellulare, ma non c’era campo. Tornò indietro allora di un tratto per vedere di rintracciarla, in quel mentre le arrivò un altro messaggio: - vieni, prosegui – diceva. Non era chiaro neanche questa volta il mittente, ma doveva trattarsi di Lena, forse aveva proseguito da sola, senza aspettarla, forse le cose stavano procedendo più rapidamente del previsto e lei l’aveva preceduta. Si inoltrò dunque nel bosco a passo spedito, aveva fretta di arrivare, era sempre meglio essere in due nei momenti decisivi.
 Il sentiero ora si intravedeva appena, i rami dei castagni e dei lecci si contorcevano come lunghe mani adunche, sembravano gli alberi tenebrosi d’un bosco di favole. Aveva sempre percorso quel tratto con qualcuno, ed ora era invece da sola e le faceva paura. Percorreva una strada che non poteva vedere, intorno a lei, gli alberi fitti e il fogliame formavano delle pareti di buio, era certa tuttavia che non avrebbe perso il sentiero, e che tra poco sarebbe stata accolta in una casa illuminata in una situazione in cui c’era bisogno di lei.
Spesso percorrendo quel tratto aveva chiacchierato senza interrompersi per non vedere tutto quel buio, per non sentire quel silenzio compatto. Neanche il più piccolo fruscio o grido di civetta confortava quel silenzio. Era proprio sicura poi che stava percorrendo il sentiero giusto ? non era un po’ troppo in salita ? e ancora non si vedeva la casa.
Le sagome degli alberi le si restringevano addosso, il sentiero si restringeva, se un animale fosse sbucato sul sentiero lei non avrebbe potuto vederlo in tempo, non si vedeva niente in effetti, i castagni si infittivano, per lunghi tratti era anche impossibile  vedere il sentiero. Sembrava ora che il sentiero seguisse una direzione diversa, come aprendo a un fianco diverso del monte, bisognava anche fare attenzione, il pendio si faceva più ripido. Si fermò a prendere fiato. Ma dov’era finita ? Era quello il sentiero ? Le sembrava di non orientarsi più, magari non s’era accorta di avere preso una direzione sbagliata, ora vedeva la luna luminosa in cielo, com’era possibile ? Non era già tramontata, o era finita dall’altra parte della montagna senza accorgersene. Eppure le biforcazioni se l’era lasciate alle spalle, la strada doveva essere quella, non era mai stata in quel posto, era normale che provasse quell’incertezza, cercava di rassicurarsi, ma c’era ancora da camminare, solo da camminare. Lei camminò, erano passate ore o minuti ? Il sentiero prese ora a distendesi pianeggiante, era arrivata ad una stretta radura di castagni e betulle.
Le betulle le piacevano, quella vista la rinfrancò, ora si poteva guardare intorno, lo spazio dello sguardo tornava ad allargarsi, lei tornava a respirare, sentiva una curiosa confidenza con quel luogo, non le sembrava però di esserci mai stata.
 C’erano alberi e alberi intorno a lei, le foglie di castagno formavano uno spesso tappeto morbido. Continuando a camminare il bosco sembrava cedere il passo ad una antica faggeta. Quegli alberi potenti diritti erano meravigliosi, gli alberi più alti si diradavano, il tappeto di foglie cambiava, sentiva i sui passi sulle foglie accartocciate: Marta si inquietò nuovamente vedendo che in quel luogo il sentiero era stato ricoperto di foglie. Non poteva più andare avanti ! Non c’era più alcun sentiero.
 A quel punto se avesse potuto si sarebbe slanciata a folle velocità sulla strada del ritorno. Ma che senso aveva, era lì ormai, proseguì sospirando tra i faggi azzurrini, qualche cespuglio  di zizzole la orientò verso un faggio più grande, aveva intenzione di fermarsi, riposarsi ai suoi piedi, quando vide una figura che si muoveva vicino al tronco dell’albero.
 
Era un uomo in piedi, appoggiato con la schiena al tronco dell’albero, con il ginocchio destro piegato in modo che il piede poggiasse direttamente sul tronco.
 
La vista della figura la ghiacciò di terrore, la paralizzò per un lunghissimo istante. Avvicinandosi e distinguendo meglio i suoi tratti fu stupita nel provare la stessa confidenza che aveva appena provato lasciando il bosco di castagni e betulle. – Ti aspettavamo, seguimi. Disse lo sconosciuto, riprendendo subito il cammino. Era un uomo alto, con la barba e i capelli rasati corti, i baffi più sporgenti e sottili, il cranio prominente, gli occhi di un castano scuro e languido, occhi allungati con molte ciglia, lo sguardo sembrava quello dei ritratti sui sarcofaghi del Fayum. Oh ! Non era il momento di pensare al Fayum, pensò Marta seguendolo, avrebbe voluto chiedergli, ma l’uomo non sembrava disposto a parlarle.
 Si dirigeva verso una parete di roccia. Arrivati si fermò un attimo e s’infilò in quella che sembrava essere l’imboccatura di una caverna. – Questa poi, esclamò Marta, ma insomma dove stiamo andando. Sentì la sua voce ferire il silenzio del bosco, ma intanto l’uomo era già sparito nel buio della grotta, e lei non voleva davvero rimanerne fuori, s’affrettò a seguirlo.
 Appena entrata si ritrovò nel vestibolo di una casa illuminata. Marta si guardò intorno sbigottita, non era una caverna ? Quella casa aveva le finestre, e c’era il bosco fuori, quello stesso bosco da cui era giunta. Sentì quello che le sembrò essere un bambino dalla faccia grinzosa tirarla per le maniche, c’era una bellissima luce dorata soffusa nell’aria, grandi lampadari con pendenti di cristallo sui soffitti. La casa era arredata sobriamente, delle scale portavano al piano di sopra, i pavimenti erano in legno, l’uomo sparì all’interno di una stanza da cui provenivano delle grida.
Quella specie di bambino, forse un nano, era sparito anche lui. Era tutto così irreale, eppure non poteva dire perché, non c’era niente di strano in fondo o tutto lo era.
Le grida le sembrarono qualcosa di concreto. Si decise a entrare nella stanza, c’era una donna ginocchioni sopra un letto basso, non si capiva da dove veniva la luce. La donna era nuda, il ventre si tendeva mentre lei gridava, una bella forte contrazione, puntava sulle ginocchie sul letto, si reclinava all’indietro mentre gridava, appoggiando le spalle all’uomo che aveva accompagnato Marta sin lì, inginocchiato anche lui, dietro di lei sul letto. Bene, la donna era in una fase avanzata del travaglio, c’era una grande energia, le posizioni erano quelle giuste, vide una pentola con dell’acqua che bolliva dentro il camino, sembra strano ma è proprio l’unica cosa che serve.
 Marta accarezzò la donna e le mormorò qualche parola di confronto, non le sembrava la coppia che aveva incontrato il mese precedente insieme a Lena. Nel momento di pausa, le prese la mano e le accarezzò il viso, c’era quell’uomo accanto a lei, una presenza forte, non avevano bisogno di lei. Si mise a sedere per osservare la scena. C’era un vaso molto grande di cristallo davanti alla finestra e accanto al letto, dentro delle braci viventi spandevano fiamme ardenti contro il vetro. Non aveva mai visto una cosa del genere, era quella la fonte principale della luce e del calore della stanza. Sembrava un grande cuore pulsante.
La donna era di carnagione chiara, capelli biondi sottili, la guardò con uno sguardo umanissimo, si andava avvicinando rapidamente alla transizione. Durante un urlo più forte degli altri strinse le mani all’ uomo, che si ergeva dietro di lei come il capro di un sabba, una figura forte che accoglieva la forza di quelle onde di dolore, e le trasfigurava in una potenza che Marta non aveva mai visto in un parto. La donna poi si reclinava nei dolci momenti di risacca.
 Marta riusciva a sentire acutamente il momento, come sempre le accadeva nei parti, come se lo stesse vivendo lei stessa, respirava e sentiva il suo ventre, per sentire insieme alla donna quello che stava succedendo. L’odore del parto si spandeva nella stanza, diverso eppure uguale per ogni donna. Le faceva pensare alla pasta nell’acqua che sapeva avvisarla con l’odore quando era cotta. La noce della vagina si dilatava ormai facendo affiorare i capelli della testa. Si fermò in un momento molto lungo in una gravosa sensazione di disgusto e poi le contrazioni ripresero, ora poteva separarsi, partorire, lasciare, quell’ultimo tratto era convulso e deciso, fermo come una violenza, la madre lasciava andare il suo bambino, lo metteva al mondo. La testa era passata, Marta la teneva tra le mani, ancora una pausa, l’attesa di una contrazione per le spalle, e poi il corpo sgusciava intero d’un lampo, afferrato in un telo, abbracciato. Marta pulisce la bambina e la madre, con l’acqua calda, toglie via i grumi di sangue. La madre si volta, è una bambina, la prende e l’avvolge in una pezza di lucida seta verde, l’abbraccia, la stringe.
Sembrano tutte e due una natività fiamminga, il parto si è concluso bene, la placenta è stata partorita. Madre e figlia possono riposarsi. Il padre le abbraccia entrambe.
Ora, anch’io posso andare, raccoglie le sue cose e non fa domande, si lascia guidare dal pulviscolo dorato alla porta. Esce e se ne và. Si incammina senza voltarsi, se si volta cosa vedrà ? Il sentiero del ritorno è facile e piacevole, ora sta per lasciarsi il bosco alle spalle. Si sente accompagnata dal suono dolce di un flauto, e quando lascia la foresta sorride.
   
 
 
              
 


Se hai una storia da raccontare o dei consigli
scrivici a info@mondo-doula.it

Carissimi/e soci/e e visitatori/visitatrici, dal 22 aprile 2017, l'Associazione di Promozione Sociale Eco Mondo Doula si e' trasformata in Associazione Professionale Mondo Doula, ai sensi della legge 4/2013, cambiando anche la sede legale.

I necessari cambiamenti al sito ed alla documentazione sono in corso e richiederanno un po' di tempo... ci scusiamo per eventuali disagi e/o difformita'.