Gli Insabbiati

  • Desta !
  • Mmm…che c’è ?
  • Sono caduto.
  • Come sei caduto ? Desta si sveglia di colpo, è buio pesto e non si raccapezza – Ma dove sei ?
  • Son qui per terra, ferma non ti alzare. Ce la faccio da solo.
Ibrahim tende le braccia nodose e fortissime, si issa sul letto e si accascia su di un fianco. Desta solleva il capo sopra la sua testa, gli cinge il fianco con il braccio. Ma com’è successo ? Gli sussurra, ha sonno e ha avuto paura.
  • Stavo sognando. Sognavo di alzarmi e camminare, si era bellissimo, era così facile. E’ facile non è vero ? Camminare, mettere un piede dietro l’altro, come tutti. Potevo anche saltare dalla gioia, forse qualche salto l’ho fatto davvero, per questo non sono caduto subito, sono arrivato fino in cucina – Ride Ibrahim, c’è della gioia autentica nelle sue parole, anche Desta ride e le viene da piangere, le lacrime le scivolano giù lungo il naso, invisibili.
  • Poi devo avere appoggiato il piede. Si, quello che non c’è, e sono caduto da quel lato lì. Per fortuna non ho sbattuto su niente. Hai visto ? E’ una fortuna che abbiamo venduto i mobili della cucina, così sono caduto a terra e siccome stavo dormendo sono caduto così bene che non mi sono fatto neanche male.
  • Sicuro che non ti sei fatto male ? Dice Desta massaggiandogli il fianco dal lato della gamba che non c’è.
  • Un po’ qui. Dice lui mettendole la mano sul sesso.
  • Oh ! Ma questa è proprio una bella gamba.
  • Ti piace ? Che dici se ci camminiamo un po’ ?
  • Ma allora era tutto combinato.
  • Chissà ! Dice Ibrahim abbracciandola, mentre lei gli accarezza le tempie e le orecchie e gli bacia la fronte, si baciano e lui le bacia il collo e lei si sente tutta avvolta da quell’abbraccio caldo, fanno l’amore e si desiderano. Si desiderano così tanto che diventano fuoco sotto il sole sebbene sia notte e poi una notte senza luna e senza stelle, acqua che scorre sull’acqua.
L’indomani Desta si sveglia perfettamente riposata qualche minuto prima dell’ora consueta. Ha tanta voglia di fare oggi. Vuole uscire di casa ed essere felice. Sveglia i bambini che devono andare a scuola e, come per miracolo, viene assolta dalla battaglia mattutina. Tutti in riga corrono a lavarsi, a vestirsi con le divise della scuola, ordinati e ridanciani si siedono alla tavola della colazione, sciamano poi, per strada con le cartelle. Sembra un giorno di grazia, hanno fatto tutto in un minuto. Poi si ricorda. Deve svegliare il suo ragazzo, il maggiore che ancora dorme e non ha cuore di farlo. Deve portare suo padre alla Kaghew Station per la riabilitazione, e poi, ogni giorno può essere quello buono. Quello che gli arriva la lettera e se lo portano via e lei può essere che non lo rivede più, oppure torna come suo padre, senza una gamba, o un braccio o peggio, perso tra le sabbie del deserto, morto.
Lei lo sa cosa lo attende e trema, vorrebbe proteggerlo, vorrebbe che si salvasse, dal dolore, dalla fame, dall’odio, e dalla furia che ti portano a uccidere, e infine si anche dall’uccidere.
Perché poi non si torna indietro e le ferite te le porti dietro tutta la vita che a riaprirsi basta un niente. Allo stesso tempo una voce le dice che deve lasciarlo andare. E se quello era il mondo, non è poi così diverso da quello che ha dovuto affrontare lei. E poi ancora si dice, che perdere le catene può essere difficile ma non è così difficile come vivere liberi. No, non lo è. Combattere per l’indipendenza dell’Eritrea sembrava necessario, irrinunciabile. Ma, ora, per cosa si combatte ? Lo sanno i ragazzi che mantenere la libertà conquistata è un bene ancora più prezioso, una lotta ancora più dura. E poi per cosa ? Perché negli spacci si venda ancora il tè e la limonata e non la coca-cola. E per questo vale la pena morire, subire un addestramento durissimo, essere trattenuti alla leva fino a quando vogliono loro, con regole crudeli. E il paese sta facendo la fame, abbiamo il blocco delle importazioni e sta sparendo tutto, i ragazzi non trovano lavoro. Non c’è niente in questo paese con l’Etiopia che ci lavora ai fianchi, sempre. Scaramucce di frontiera, e ancora il paese devastato dalla guerra, si sa quando comincia, non si sa quando finisce. E se mi esce di casa non so se torna. Arrestano tutti. Hanno bisogno di carne fresca da mandare alla frontiera. Il nemico non è l’Etiopia ma la fame e gli stenti e le malattie che stanno decimando i giovani, e forse ancora peggio la mancanza di speranza, la mancanza di un senso. Perché succede tutto questo ? Abbiamo osato ribellarci al gigante etiope e al suo onnipotente alleato americano, e poi non possiamo ribellarci ad un superiore, ad un colonnello sennò rischiamo la pelle. E tutto questo è necessario, dicono. Allora a cosa è valso lottare ? E a che serve dire a che serve ? Io ero A Nafka, il nucleo stesso, il simbolo della nostra Resistenza, ed ora consegno mio figlio ad un pericolo maggiore e più grande. Eppure abbiamo resistito, siamo tra i pochi al mondo ad esserci riusciti, i migliori guerriglieri del mondo. Dicono che non c’è corruzione nel nostro paese. Eppure c’è questo ancora, la violenza. E allora è come se fossimo in guerra. Si, è questo che non voglio per mio figlio, ancora violenza, e allora ? Non ho preso le armi a Nafka, la città sotterranea in grado di resistere a qualsiasi attacco ? Vincerò anche questa battaglia. Questa volta senza combattere e senza armi…
Così s’andava dicendo Desta sciogliendosi in lacrime. Mentre ancora esitava a strappare suo figlio e suo marito dalle braccia del sonno.

Asmara è una città bellissima, che ti sorprende, la più europea tra le città africane, grandi viali alberati, palme, ville in stile liberty, coloratissimi ed enormi cespugli di bouganville. Parchi e giardini, la più verde tra le città africane. Asmara è una città tranquilla, piena di dignità, memore dei tempi antichi, curiosa della modernità.
Molti dei negozi del centro hanno nomi italiani, il caffè Impero, il cinema Dante, il negozio di scarpe, il ristorante…
Ed è proprio qui, all’angolo con via Massawa, in questa piazza ombreggiata da acacie spinose e da grandi capok che si affaccia il mio ristorante.
Sono ad Asmara da quattro anni, ho un ristorante anche a Parigi che ho lasciato in gestione a mio cognato. Avevamo appena traslocato, o meglio avevamo dovuto lasciare la nostra casa perché il proprietario la voleva vendere. L’unico buco che avevamo trovato a Parigi, era una soffitta terribilmente buia. Piccolissima, umida e così buia ! Si, anche se può sembrare strano per una soffitta, ma la luce arrivava solo da una piccola finestra in cucina e dal lucernario in sala da pranzo. Vi si erano accumulati sopra talmente tanti di quei detriti, foglie, fango, piume e cacate d’uccelli, che dal lucernario filtrava solo una luce fioca che faceva venire l’uggia solo a guardarla. E io non sono il tipo d’uomo che sa fare un po’ di tutto, s’arrampica sul lucernario e lo pulisce, no, proprio no.
Così d’inverno quando siamo riusciti ad organizzare tutto e chiudere il ristorante siamo partiti, io, mia moglie e mio figlio che aveva dieci anni all’epoca e aveva finito la scuola elementare.
Volevamo un paese caldo ma non troppo e con tanta luce, non troppo costoso e niente viaggi organizzati. La signorina dell’agenzia tirò fuori un depliant dell’Eritrea, e noi su due piedi abbiamo detto vada per l’Eritrea. Da allora siamo tornati in Francia solo due volte. Io in Italia quando è morto lo zio Piero a cui ero tanto affezionato, un’occasione per rivedere la famiglia.
Mia moglie Claire era entusiasta. Si, non possediamo nulla qui, siamo dei precari, come tutti gli stranieri, ma è un bel vivere, soprattutto se hai un reddito che ti viene dall’estero. L’unico problema è che stanno sparendo le materie prime e per sdoganarle ci vogliono parecchi nafka, la moneta locale. E’ un problema per tutti, e per un ristorante in particolare. La città è devastata dalla guerra, molti sopravvivono riciclando i rottami, quando incontri il tuo primo carro-armato schiantato e finito si può dire che è un’esperienza. Eppure sono efficienti, se si può usare questa parola in Africa, ordinati, puliti. Sono anche pieni di dignità e senso d’onore. Praticamente per essere una grande città c’è poca criminalità. Non è come nelle altre città africane che se esci dopo una certa ora rischi la vita. Il controllo militare è molto forte ma non è solo questo. Sono persone oneste, molto amichevoli, è difficile trovare qualcuno che ti frega. Anche i ragazzini per strada, sono curiosi perché sei straniero, ti prendono in giro, ma non si accalcano a chiederti soldi. Hanno la loro dignità come tutti. Molti vanno a scuola. Mio figlio va alla scuola italiana, in famiglia parla francese, anche con me, e con i suoi compagni italiano. Guarda un po’ !

Michele è un uomo tranquillo, dall’aria dolce e un po’ remissiva. E’ magro, con dei baffi folti castani e capelli lisci sotto le orecchie. Gli occhi strabuzzano enormi dietro le spesse lenti da miope. Da quando si è trasferito ad Asmara è felice. La luce africana non ha rivali, quelle nubi che si inseguono e corrono lontane nel cielo azzurrissimo.
Questa mattina è rimasto a casa, aspetta Desta per andare al mercato, come tutte le settimane, sceglie lui la merce mentre Desta, la cuoca, contratta il prezzo. Desta gli racconta certe storie di quando era al confine e lottava per l’Indipendenza del suo paese. Certe storie che gli fanno venire in mente suo nonno e i partigiani e la storia d’Italia e invece Desta è più giovane di lui. Gli piace ascoltarla, si fa raccontare tutto fino a che non è stanca e lo manda via dalla cucina come si fa con i bambini.
E’ davvero un’altra razza, un altro mondo, pensa Michele e non per il colore della pelle o per la lontananza geografica. E’ per le storie che hanno vissuto e la coscienza che hanno di quello che hanno vissuto che li rende più adulti, più maturi, più di quanto loro, gli italiani, saranno mai ad inseguire il piacere in questo paese lontano, lontani da tutti, anche da loro stessi.
  • Desta !
  • Si ?
  • Prendo anche quelli verdi ?
  • Prenda anche quelli neri, fanno effetto nelle decorazioni.
I peperoncini erano di tutti i colori, dal verde giallo, al verde rosso, al rosso viola e infine neri, esili come piccoli pugnali ritorti.
  • Il tef come le pare ?
  • Qui è troppo grigio. Ho visto passando più avanti un banco che fa al caso nostro. Ne prenda dieci chili e se la faccia portare che l’engera la vogliono tutti.
  • L’engera è la base, non è vero ? Scherzò Michele.
Quel pane spugnoso che servono con ogni piatto all’inizio gli sembrava ripugnante, poi alla fine ci aveva fatto l’abitudine, quello fresco non era male.
  • Prendo un po’ di mango per lo zighinì.
  • Ed io prendo un pollo vivo ! Dice Desta con un sorriso malizioso.
  • No ! Desta, no, ti prego ! Risponde Michele sorridendo di rimando.
E’ l’uso eritreo, se un uomo ammazza un pollo vivo nella sua casa, gli porta fortuna. Desta costringeva Michele ad ammazzare tutti i polli che cucinava, perché così portava fortuna al ristorante.
D’altra parte non c’era da scherzare con Desta sulle fortune del ristorante. Era molto contenta di quel lavoro, e poi era l’unica in famiglia che lavorava, come molte donne eritree nella sua stessa condizione, con il marito morto o mutilato. E suo figlio che poteva aiutarla, tra poco se lo sarebbe preso l’esercito e addio al suo giovane, chissà fino a quando.
Un babbuino li seguì fino ai margini delle vie più trafficate. Desta non si fidava troppo dei babbuini, a volte diventavano feroci e morsicavano i passanti e bisognava abbatterli, mostrarsi spaventata però era peggio. Michele invece sembrava non accorgersi di nulla quando camminava per la strada, a rischio persino di venire investito, lei lo agguantava per la camicia e Michele si voltava sorridendo.
  • Signor Michele…
Michele sorrideva sotto i baffi, si imbarazzava a farsi chiamare signore e qualche volta aveva chiesto a Desta di non chiamarlo così. Poi aveva lasciato che fosse Desta a decidere quali dovevano essere le distanze tra di loro.
Erano arrivati al ristorante, Desta aveva depositato le borse pesanti sul tavolo della cucina e spalancato le finestre.

  • Gliel’ho detto che mio figlio è in età da essere richiamato militare ? Ha finito il liceo e potrebbero prenderselo da un momento all’altro. Per me è una sofferenza troppo grande questa, non possono portarmelo via, io ho fatto tutto per la patria, ma questo proprio no, non posso permetterlo. Mi chiedo se lei può pensare ad una soluzione…Desta abbassò la voce. Ci sono le ambasciate, sua moglie forse potrebbe aiutarmi, naturalmente non potrebbe lasciare il paese senza un visto regolare, ma potrebbe fuggire verso il confine, verso…o verso…, la voce le tremò,… l’Etiopia. Abbassò gli occhi, si vergognava, tradire così il suo paese, ma continuò a parlare, a sciorinare il discorso che aveva preparato,…se si mescolasse ai turisti, come guida fino all’altopiano, con un po’ di fortuna…
  • E’ un’idea folle, Desta e tu lo sai meglio di me.
  • Si signore. Ma se si nascondesse in un villaggio per qualche tempo.
Desta era disperata e si vedeva bene. Non gli avrebbe mai parlato in quei termini. Aveva paura e si era fidata di lui. Questo lo inorgoglì, forse anche gli eritrei erano come tutti gli africani che credevano l’uomo bianco dotato di poteri magici. Ma cosa avrebbe potuto fare lui, si chiese. Poteva parlare con sua moglie ma sapeva per istinto che non avrebbe prodotto alcun risultato.
  • Parlerò con mia moglie ma non ti assicuro niente. E’ finito lo zucchero, ricordami domani.

La sera Michele era a cena con sua moglie Claire da un’amica. La casa era grande, spaziosa, ogni tanto un colpo di vento faceva sbattere porte e finestre animando la casa di presenze invisibili, i disegni grigi e azzurri delle mattonelle del pavimento ricordano i disegni dei palazzi italiani degli anni venti. Nastri che si srotolano, disegni floreali ai bordi, il puntinato grigio al centro. Un’aria morbida insinuava la vastità dell’altopiano.
L’arredo era essenziale ma disposto e curato con estremo ordine. Un’ordine che, in fin dei conti, stonava con la personalità dei suoi abitanti, ma rappresentava l’Africa, il loro soggiorno, le comodità degli uomini bianchi che potevano permettersi ad Asmara cameriere e cuochi e governanti. Vivevano in un lusso impensabile nei loro paesi d’origine per la loro età, guadagni e posizione sociale, ma che lì in Eritrea potevano permettersi in molti tra gli stranieri disegnando una sottile linea di confine ma certa tra loro e la popolazione. Era difficile all’inizio abituarsi agli agi di una situazione sospesa, al di sopra delle miserie e dei drammi di un popolo che non sarebbe mai stato il loro e con il quale la maggior parte non si sarebbe mai integrata. Tra gli stranieri predominavano ancora gli italiani, per tradizione e storia. Numerose erano anche le altre nazionalità, che si mescolavano volentieri agli italiani, finendo per essere un po’ adottati da questi.
Vivevano così, insabbiati, gli italiani in Eritrea, e così erano stati nominati e marchiati con intento beffeggiativo dagli eritrei. Gli “ Insabbiati”, ad indicare proprio questo loro repentino adeguarsi, persi tra le sabbie della storia, ad una condizione di privilegio, economico in primo luogo, e poi mentale, che li portava sempre più a rilassarsi, a distendersi tra le sabbie di un paese povero e disperato, relegati dagli stessi eritrei a questa solenne inutilità, e che loro dapprima accettavano con imbarazzo e stupore, poi con indifferenza.
Con il prezzo di un caffè ti servivano un pasto luculliano al grand hotel, permettersi uno stuolo di servitori quando in Italia saresti dovuto andare tu a servire. O una casa gigantesca quando avresti avuto si e no una stanza.
Gli eritrei erano stati lungimiranti ad impedire l’acquisto e il possesso di beni immobili, altrimenti le speculazioni li avrebbero divorati in poco tempo, come è successo in altre zone dell’Africa, dove gli stranieri posseggono tutto, beni, risorse, commercio. Gli Insabbiati dunque erano loro, gli italiani in Eritrea, lontani dall’Italia e felici. Affetti tutti dallo stesso mal d’africa, che ammorbidiva la pretenziosità dei loro cervelli, faceva lo sgambetto alla smania di controllo, al volontarismo supponente. Li scaraventava a contatto con gli eterni quesiti sul bene e il male, la vita e la morte, così vicini alle malattie, alla fame, al destino e così lontani ; nell’atmosfera ovattata in cui si rifugiavano a confronto con quella generazione di uomini e donne eritrei che avevano patito la guerra e le sue devastazioni, le perdite e le vittorie, il coraggio e la morte. E alcuni ne venivano risanati, ne sortivano migliorati, con un maggiore attaccamento alla vita ed una saggezza che guardava oltre. In altri, la condizione di straniero li estraniava a poco a poco da se stessi, irrigidendoli nei loro ruoli, esasperandone il senso di solitudine, ma tutti comunque ne venivano toccati.
Erano giovani per lo più, in quel gruppo di una decina di persone, riunitosi a casa di Elena, tranne un vecchio professore che insegnava alla scuola italiana, il liceo d’Asmara rinomato anche tra gli eritrei. Il professore era diventato negli anni il migliore amico di Michele, un’amicizia intensa, quasi femminile, che entrambi ritenevano preziosa e che coltivavano con piacere, incontrandosi di tanto in tanto loro due da soli per un tè o un sigaro di marca.
Elena intratteneva gli amici in salotto, le donne sole non duravano a lungo in Eritrea. La solitudine si rendeva feroce, insistente.
Quasi tutti pensavano delle persone che si trovavano a frequentare, che non li avrebbero mai frequentati se li avessero incontrati in Italia. Le amicizie vere come quella di Michele e il professore erano rare e ancora più raro l’amore.
Partiti alla ricerca d’avventure e di mistero, o per un senso d’abnegazione e d’altruismo, si ritrovavano in un paese che non aveva bisogno di loro ma che li relegava in lussuose campane di vetro e li usava per i suoi scopi, permettendo solo qualche vago progetto in cui potevano comandare ed essere odiati. Come accadeva ad Elena, presidente di una delle ong locali, che girava i villaggi della periferia, con il pericolo delle mine inesplose, a volte scortata dai militari, per costruire pozzi per l’acqua, educare la gente alla canalizzazione ed usare l’acqua per la scarsa agricoltura che nonostante l’arretratezza delle coltivazioni forniva da mangiare all’intero paese.
Elena aveva i capelli corti ed il volto abbronzato, teneva il bicchiere in bilico tra le dita magre, spiccava un anello con una grossa pietra d’ametista, s’era truccata leggermente e raccontava.
  • Oggi i villaggi erano in subbuglio. S’è sparsa la voce che tra i campi girava un grosso cobra. Per loro è un avvenimento. Gruppi di ragazzi andavano in giro armati di bastone, tutti erano molto eccitati. Dicono, quando s’affaccia il re è per uccidere. Eppure sembravano più felici che spaventati. Sembravano in attesa di una star oppure di un’apparizione della Madonna. Dopo un po’ s’è capito che doveva essere femmina, un grosso cobra femmina, gli anziani hanno detto che doveva essere una femmina che stava cercando il nido. Quando sono tornata ad Asmara ho preso una scorciatoia, la strada principale era interrotta da un posto di blocco. Ho preso una strada sterrata che passa in mezzo ai campi. Ad un tratto vedo la testa di un serpente che sbuca dall’erba folta, si muove sulla strada sinuosa, ad un certo punto si ferma, mi fermo anch’io con il fuoristrada e guardo il serpente, è a due metri da me e se fa ancora qualche mossa potrei schiacciarlo. Capisco che dev’essere proprio lei, il cobra che stanno tutti cercando, inarca la schiena, gonfia la testa regale, si è proprio lei, mi dico. E’ un cobra. E mi prende una paura matta, sono su un fuoristrada enorme, non può farmi niente, ma io ho paura. Lei, il cobra, non rivolge neanche uno sguardo alla macchina, muove la testa dondolandola e sembra che annusi l’aria calda della strada, sente il pericolo e torna indietro, si ritrae, o forse mi lascia passare chissà. Ed io mi sono sentita orgogliosa, come se avesse scelto me per mostrarsi, non avrei potuto ucciderla neanche volendolo. C’ho messo un po’ per riprendermi dall’emozione. In quel momento mi sono sentita come loro, la gente dei villaggi, anch’io le avrei dato la caccia con il bastone e battuto i campi e spiato i cespugli, solo per rivederla.

La cena era decente. Michele aveva portato un po’ di parmigiano dal ristorante. I pomodori erano ancora freschi, la pasta costava ma era relativamente facile da trovare. Stefania era appena tornata dall’Italia e aveva portato la mozzarella, i formaggi freschi in particolare erano impossibili da reperire, nonostante di pecore ce ne fossero molte, ma di frigoriferi pochi e non si facevano formaggi difficili da conservare.
  • La gravidanza procede bene ? Chiese Elena a Stefania.
  • Ho appena fatto i controlli, dopo lo spavento dei primi mesi…
  • Torni in Italia per il parto ?
  • Si certo. Qui non c’è niente. E’ incredibile, m’è venuta una voglia di mangiarini italiani che non avete idea. Non mi mancavano prima. Ora che sono incinta sembra che non posso farne a meno. E poi cose che nemmeno mi piacevano più di tanto, i tortelli al ragù, le mortadelle. Qualche settimana fa mi sono svegliata in piena notte desiderando un panino con la mortadella. Me ne sono fatta spedire due dall’Italia. Due gigantesche mortadelle intere !
  • E’ vero che passate al nemico ?
A Michele aveva già raccontato tutto Claire. Stefania e Andrea si sarebbero trasferiti in Etiopia, dopo la nascita del bambino.
  • Si purtroppo era l’unico posto disponibile.
  • Non vi faranno difficoltà ?
  • No ! Ce ne sono tanti che passano da un paese all’altro, degli stranieri non gliene importa un granché. Poi sarebbe stato più difficile se venivamo dall’Etiopia.

Andrea lavorava all’Onu, Etiopia o Eritrea, in Eritrea s’era trovato bene. Quel contorno rivoluzionario non gli dispiaceva, d’altra parte il mandato gli stava per scadere, si in Eritrea avrebbero potuto mantenerlo altri due o tre anni. Il momento di tentare il grande passo era adesso, dopo chissà, forse sarebbe stato troppo tardi.
In Italia avrebbero dovuto aspettare ancora chissà quanto per avere un bambino, pensava Stefania, e poi non era solo una questione di soldi. Tutta quella gente lasciata lì a morire per strada, e quei bambini così belli e vivacissimi. La grande madre Africa le aveva regalato qualcosa di veramente importante. Da qualche giorno lo sentiva scalciare, non gli piaceva il traffico dell’ora di punta ad Asmara. Non poteva dargli torto. Ma per lo più se ne stava calmo e pacifico a lasciarsi dondolare nel ventre di sua madre, nell’aria profumata dei parchi del centro cittadino.
Le coppie cominciavano ad avere sonno, queste cene rituali annoiavano tutti, ma con l’intensa vita sociale che potevano permettersi, mangiare fuori ogni sera, passare la notte nei locali, era un peccato non approfittarne o non condividerla con qualcuno, chiunque fosse. Dava una sensazione d’allegria e di mondanità e rendeva possibile per le coppie il desiderio di ritrovarsi da soli, in un’intimità che veniva rafforzata progressivamente negli anni dalla lontananza, dal sentirsi stranieri e lontani da casa. La coppia diventava il santuario dell’identità nazionale, il baluardo nei confronti di quel senso di solitudine opprimente che si infiltrava negli anni, quasi fosse il sentore delle guerre passate, dei palazzi abbandonati o distrutti, del galoppante ma dignitoso sfacelo cui l’Eritrea stava andando incontro.
  • Pensate che domani pioverà finalmente ? Vorrei proprio saperlo.
Claire faceva le sue domande imbarazzanti cui nessuno rispondeva. Chiedeva rassicurazioni sull’avvenire, diventava esigente e capricciosa. Sembrava che l’Africa non l’avesse toccata. O che ne avesse esasperato i lati negativi, il senso di precarietà dell’esistenza, vi opponeva tutta una muraglia di difese, opprimendo Michele e tutti quelli che lavoravano con lei, un’organizzazione perfetta che cedeva clamorosamente ogni tanto a paure irrazionali che ingigantivano ogni contrattempo, l’impossibilità di ogni previsione.
Claire era davvero capace di diventare esasperante quando si impuntava per avere notizie sull’impossibile, quella volta tacque. Le era balenato nella mente il pensiero di Desta e di quello che le aveva raccontato Michele. Impossibile, impossibile, si andava ripetendo e provava un leggero, inconsapevole, godimento, nel pensare all’impossibilità di aiutarla, lei che lavorava all’ambasciata e qualcosa pure avrebbe potuto fare. Godeva in effetti nel pensare all’impossibilità delle cose, sentendo così che qualcun altro era costretto a condividere con lei la percezione dell’impossibile, che di tanto in tanto la attanagliava nelle più svariate forme e che in quel momento preciso riguardava l’impossibilità di avere una giornata di pioggia l’indomani, in mezzo a quelle giornate sempre uguali di sole splendente.

L’indomani Desta decise di andare a trovare il colonnello. Era una decisione che aveva a lungo rimandato, ma ora non poteva più esitare.
Potevano richiamare suo figlio da un momento all’altro, oppure arrestarlo, per strada, rapirlo, portarlo via con sé. E lei l’avrebbe rivisto chissà quando oppure mai più.
Saliva le scale infinite del grande palazzo…quel giorno s’era messa una veste colorata, setosa, le stava bene e non si distingueva, pensò, da tutte le altre donne che aveva incontrato al mercato. Il colonnello stentò a riconoscerla. Erano passati quindici anni da quando l’aveva vista l’ultima volta. Non era più la fiera combattente d’un tempo, era un’umile donnetta preoccupata per suo figlio, troppe volte aveva avuto paura di non riuscire a sfamare i suoi figli. Così ancora pensò.
  • Desta, quello che mi dici è molto grave. Sai che potrei denunciarti ? Finiresti in galera tu e tutta la tua famiglia.
Il vecchio colonnello fece una pausa di silenzio. Aveva un aria imponente, il volto squadrato gli conferiva un aspetto più marcatamente africano rispetto ai volti emaciati ed eleganti degli eritrei. Li divideva una gigantesca scrivania che somigliava ad una cattedra di scuola e forse lo era. Verdastra, con le gambe in ferro arrugginito e le tavole in legno compensato. Desta cercava di guardare al di là, verso i muri scrostati, attraverso il colonnello, ma non ci riusciva.
  • Ma non voglio spaventarti, riprese con un mezzo sorriso. Mi ricordo di te. Del tuo coraggio, della tua onestà, direi anche della tua abnegazione. Dove sono andati a finire ? Questa sarebbe corruzione, sai che il nostro paese non può permettersi di essere corrotto. E il Paese ha bisogno di giovani. La guerra non è finita, sai bene che possiamo contare solo su questo: l’addestramento, la tenacia, l’eroismo. E’ questo che ci ha portato all’indipendenza, è questo che ci permetterà di mantenerla.
  • I giovani muoiono di fame, i campi militari sono dei letamai che traboccano di malattie, se sbagli qualcosa ti fanno fuori. Non era così all’inizio. Non c’è più giustizia. – Nemmeno al fronte Desta si era sentita più coraggiosa di così.
Erano verità risapute. Il colonnello socchiuse gli occhi, attese con calma, in silenzio il momento di replicare.
  • Si, all’inizio ci aiutava il sogno, ma ora il nostro sogno è diventato realtà, non si può sfuggire a questo. Vedere la realtà per com’è. Nel mondo non c’è giustizia, nella vita non c’è giustizia. Ti è sembrato giusto che tuo marito abbia perso una gamba in battaglia, o che i tuoi amici abbiano perso la vita ? Oh si, era bello lottare per la libertà, per l’indipendenza, sognavamo che dopo sarebbe stato diverso. Cosa sognavamo Desta ? Fiumi di latte e miele ? Una nuova età dell’oro ? E’ ora che bisogna lottare più che mai. Il Paese non vende illusioni, e nemmeno l’esercito ha illusioni da vendere. Sai che vuol dire che l’Etiopia si sia venduta all’America ? Abbiamo il mondo contro. Questa è la realtà. Non possiamo fare a meno dei nostri giovani, nemmeno uno. Neanche tuo figlio Desta. E poi, cosa vuoi farne di lui ? Vuoi tenertelo stretto tutta la vita ? E’ un uomo deve crescere. E tu devi lasciarlo andare, che lo voglia o no.
Desta versò lacrime silenziose, si coprì il viso con il velo di colori sgargianti e annuì lentamente alzandosi in piedi. Si volse verso la porta senza una parola e pianse per tutta la strada del ritorno. Pianse per lavare la ferita dell’umiliazione e dell’incomprensione. Pianse perché quelle parole bruciavano ed erano ingiuste, perché nessuna ragione le avrebbe fatto dire di si quando le avrebbero portato via suo figlio.


Al mercato sfilavano i pastori dell’Altopiano, i nomadi del deserto nei loro costumi fatti di pelli e stoffe variopinte, venivano a vendere gli agnelli, le pelli di capra e qualche formaggio. Le ragazze in jeans si attardavano al banco della verdura prima di andare all’università, le donne ingioiellate e le vecchie coperte di veli di cotone bianco, tessuto grezzo, facevano affari, trattavano, vendevano e compravano, in mezzo alle strade fangose di periferia del mercato. Su un lato si apriva la visuale di un grande portico e lungo, sotto il quale si affacciavano diversi negozi, quello ricco di carni macellate, il meccanico e la parrucchiera e infine stava un vecchietto dai capelli bianchissimi che contrastavano di netto con la faccia nera e grinzosa, vestito con giacca e pantaloni da operaio, una tuta blu tenuta insieme con una corda. Stava seduto davanti ad una vecchia macchina da cucire, una vecchia singer a pedali e aggiustava, cuciva, rammendava, faceva orli e creava vestiti. Ma più che lavori da sarto gli commissionavano rammendi impossibili, d’aggiustare vestiti di cui non c’era più neanche la stoffa, e in quest’arte lui era maestro. Desta si fermò davanti al banchino di stoffe che il vecchio si teneva accanto attratto dal disegno d’una stoffa africana.
  • E’ una buona scelta, signora. E’ una buona stoffa e ha un bel significato.
  • Non l’ho scelta, non ho soldi per comperarla.
  • Sei triste per amore, signora ?
  • E’ per via di mio figlio.
  • Si, è il significato di quella stoffa.
Nell’Africa nera i vestiti parlano e ogni disegno ha un suo significato che dice quello che la donna vuol dire ogni giorno.
  • Dammi un po’ del miele che hai comperato, signora, ed io ti do la stoffa, ti porterà fortuna.
  • Non posso, non è mio il miele. Non l’ho preso per me.
  • Un po’ di miele, chi se ne accorgerà ? Tieni la stoffa, indossala e fai il giro delle sette chiese. Vedrai che qualcuno dei nostri dei ti ascolterà.
Desta versò un po’ di miele in un bicchiere e scappò via con la stoffa, pensierosa. Fare il giro delle sette chiese era un’espressione italiana, romanesca, che i vecchi eritrei usavano ancora ad indicare un certo loro sincretismo che gli permetteva di rivolgersi in preghiera ad Allah, o al Dio copto dei cristiani o infine a pratiche animiste che sopravvivevano in quella regione da millenni, da prima della nascita della Regina di Saba.
Portò il miele al ristorante, quel giorno avrebbe preparato il dolce e messo un pizzico di miele nella salsa e reso più dolce il caffè. Quel giorno si sarebbe portata un po’ di miele anche a casa e celebrato il rito del caffè con suo marito e allora forse il mondo sarebbe stato più dolce, che lei lo volesse o no.
Nella cucina del ristorante lei era sola, lo sguattero s’era perso a giocare con i monelli del quartiere. Sminuzzava rapida le verdure. La migliore qualità di un cuoco è il taglio, pensava Desta a quello che le ripeteva Michele per farle un complimento.
Michele era dispiaciuto di non essere riuscito ad aiutarla, sua moglie era stata perentoria, è meglio non immischiarsi, sono affari loro, guai a noi se ce ne occupiamo. Ci buttano fuori dal paese tempo niente.
E poi a Michele gli era venuto di chiedere ad Elena se il nome Desta avesse un significato, magari quello italiano cui assomigliava, molte erano le parole eritree ricavate dall’italiano o storpiate da esso, sue discendenti. – Già può sembrare, aveva risposto Elena, ma non è così, è proprio un nome eritreo, solo per caso ha quest’assonanza con l’italiano, vuol dire Piacere, è un nome molto diffuso e di buon auspicio. – Rimane comunque un nome italiano, che suona tale. Disse Michele senza sapere cosa stava dicendo, per mascherare l’improvviso imbarazzo che lo aveva colto.

Quel giorno, tra le buste della spesa che Desta portava in cucina, Michele aveva nascosto un pacchetto di henné. Sapeva che le donne eritree desiderano sempre un po’ di henné per dipingersi le mani e i piedi, soprattutto in occasione delle grandi feste religiose ma anche per il piacere di ogni giorno. Era un piccolo regalo, pensava, per mettere a tacere il senso di colpa di non avere potuto aiutarla. Quando Desta lo trovò, non riuscì a capacitarsi di com’era finito lì, non poteva esserci finito da solo, e lei non lo aveva rubato. Temette di averlo preso senza accorgersene ma non poteva essere, era passata molto lontano dai banchi dove lo vendevano. Chi allora ? Il vecchio con la macchina da cucire ? forse lui. Si, doveva proprio farlo il giro delle sette chiese. Quel giorno avrebbe chiesto il pomeriggio libero e sarebbe andata.

Indossò la stoffa che le aveva regalato il vecchio a mò di mantella sopra una veste gialla, un velo bianco di tessuto grezzo come copricapo, si guardò le mani e i piedi dipinti orgogliosa e si incamminò. Girò tre volte intorno alla colonna di Fatima nella grande moschea stordita dagli incensi, bevve intrugli disgustosi e molto cari dalla maga che aveva consultato. Infine si riposò su di una panchina della navata centrale della chiesa copta. S’era demoralizzata, i piedi le facevano male, la chiesa puzzava di stalla e le faceva venire il mal di testa, da una delle grandi finestre laterali vide sottili nuvole bianche che si rincorrevano veloci, e un’acacia che sembrava chiamarla a distendersi sotto il suo invitante alone profumato. E mentre rivolgeva la sua attenzione a quella finestra la vide, la Madonna dell’albero, come tutti la chiamavano e vi si avvicinò.
Era un grande affresco dipinto tra le finestre che raffigurava un tema religioso molto diffuso nell’arte sacra eritrea: la Madonna del Sicomoro. Rappresentava la fuga della Madonna dai soldati di Erode. La leggenda eritrea narra che quando la Madonna era fuggita con Gesù bambino era stato un albero a salvarli, un sicomoro, l’albero dell’amore. Così, spesso la Madonna veniva dipinta con Gesù in braccio che si nasconde dietro le verdi fronde di un alto sicomoro. A Desta sembrò, che solo lei poteva capirla, pronunciò la preghiera di essere ascoltata, chi meglio di lei che aveva rischiato di perdere suo figlio per mano dei soldati.

Fuori dalla chiesa notò degli scavi recenti, giganteschi idoli che lentamente affioravano dalle sabbie calde del deserto.

Ma quando tornò a casa, non vi fu tempo per i racconti. La peggiore delle sue paure si era avverata.
Avevano portato via Harun e il tempo trascorse in un attimo. Non ci fu più tempo per i pensieri di prima, tutto era stato cancellato dalla mancanza. Ora potevano solo aspettare e ci sarebbe stato tempo per farlo. Intanto se solo fosse arrivata almeno qualche notizia incerta, la temevano e la desideravano.
Alla casa non ci volle molto per abituarsi a fare a meno di quel ragazzo grande, divenuto ingombrante nei suoi movimenti goffi e nervosi. Tutta l’energia dell’adolescenza volò via, confluendo ora nella città, in qualche luogo che ora imprigionava Harun e che Desta poteva immaginare e spiare per ingannare l’angoscia, che in quel momento sembrava inscalfibile. Passarono i giorni in una nuvola di stordimento, provava il sollievo di quando finalmente si verifica un evento tanto temuto e tanto atteso, ma lo strappo non poteva essere ricucito e Desta si piegò, come si piegano le vecchie nel corpo ad una certa età, lei portava quel peso dentro, come un tempo aveva portato suo figlio.
Ibrahim, suo marito fece qualche tentativo di alleggerirle il carico, prendendola con filosofia, i bambini attiravano di continuo la sua attenzione ma Desta non si distraeva, non poteva anche lei farsi sfuggire Harun, permettere questa sparizione.

In città esplodeva la festa del primo settembre, in memoria dell’inizio della Lotta, i bambini sarebbero rimasti a casa, e ci sarebbe stata un’atmosfera di festa fino al Kibbus Yohannes, il capodanno copto dell’11 settembre. I giorni trascorsero febbrili e agitati per Desta, in attesa della grande parata, la sfilata delle forze armate che forse le avrebbe regalato una fugace visione di Harun…

Qualche anno dopo, quando Desta passava dal chiosco di limoni, che Harun aveva aperto al Merkat insieme alla moglie Tanduresh, si ricordava quel giorno che aveva visto sfilare Harun col volto raggiante di felicità e poco più avanti a lui una figura aggraziata di donna che marciava a capo del suo battaglione, il capitano Tanduresh dagli occhi di gazzella. E ancora più felice era Desta che Harun e Tanduresh non dovessero vendere coca-cola e snacks nel loro chiosco, ma solo succo fresco di limoni e del buon tè speziato preparato all’eritrea.

Emanuela Geraci




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