Il filo di Arianna

di Emanuela Geraci
Il filo di Arianna
Arianna si presenta al corso pre-parto dicendo: “Io sono un’assassina”, Le chiedo se si sente in colpa, lei inizialmente nega. Nella precedente gravidanza ha affrontato un aborto terapeutico al quarto mese di gravidanza per una grave malformazione del feto. Il bambino non sarebbe comunque sopravvissuto alla nascita.

Nel momento in cui la conosco è al quarto mese, rimasta incinta pochi mesi dopo la precedente esperienza, ha la voce continuamente incrinata da un pianto che trattiene con la forza dell’ironia e dell’umorismo. Sogna spesso ecografie che le rivelano feti mostruosi, il suo inconscio ha bisogno di elaborare l’accaduto.

La storia che lentamente si dipana è la storia di un anatema, un divieto di separazione.
La madre non aveva gradito la sua decisione di andarsene da casa, a 27 anni dopo una laurea in lettere, trovarsi un lavoro, non accettava il compagno con cui lei aveva deciso di convivere e con cui aveva deciso di avere figli, non accettava il lavoro che lei aveva scelto: voleva “di più” per sua figlia. Il fratello aveva smesso di parlarle, il padre non interveniva.
In varie gestalt successive abbiamo lasciato che emergessero i problemi, i nodi del rapporto con la madre, la difficoltà a staccarsi dalla famiglia.
Il gruppo è stato molto protettivo nei suoi confronti, molto solidale, una donna del gruppo, già madre le dice “Quello che porti nel gruppo è qualcosa che potrebbe capitare a ciascuna di noi, quando diventiamo madri, lo sappiamo”
Arianna riesce finalmente a piangere, a lasciarsi andare, racconta dell’aborto, dell’ospedale, di quando ha visto il feto morto…
A poco a poco il rapporto con la madre comincia a ricucirsi, emergono i problemi del partner, anche lui segnato da un rapporto problematico con la nascita, ha vissuto quattro aborti spontanei con la precedente compagna. Teme che ci siano “problemi genetici”, mi parla del suo rapporto con il padre, del fratello che non ha avuto figli.
Entrambi svolgono mestieri a contatto con bambini piccoli, maestra di nido, maestro di scuola materna. Si decidono per il parto in casa, l’ ospedale è troppo segnato negativamente dalla precedente esperienza, mi chiedono di assistere insieme all’ostetrica.
Nell’incontro precedente il parto le regalo un “camicino della fortuna” e le dico che la condizione del regalo è che mi inviti al primo compleanno della bambina. Con questa suggestione ho voluto catalizzare l’attenzione sul futuro, sull’immagine della festa, sulla bambina viva, cresciuta.

La presenza fantasmatica dell’esperienza precedente è ancora troppo forte. Le segnalo così anche il mio coinvolgimento in prima persona, siamo insieme nella paura e nella speranza. Arianna ha molto bisogno di agganciarsi all’organizzazione “pratica” a far si che “tutto sia pronto”. Chiede anche la presenza di un’amica, la madre è contraria al parto in casa e non si sa se interverrà.
Arriva il momento del parto, quando arriviamo noi (l´ostetrica ed io) la troviamo distesa, bianca di paura, trema sepolta da un mucchio di coperte. La nostra presenza comincia a rianimarla, chiede da bere, la invitiamo ad alzarsi ma non ce la fa.
Noto che ad ogni contrazione scalcia come fanno i neonati, quando cercano il contenimento, l’appoggio delle pareti uterine, il contatto. Così le metto saldamente le mani sotto i piedi, mentre lei spinge con i piedi durante le contrazioni. Avviene un cambiamento, si sente rassicurata, e comincia a scoprirsi, ora sente caldo, si mette carponi sulle ginocchia, ma il mal di schiena è forte, si lamenta.
La madre ha deciso all’ultimo momento di partecipare al parto, appare fredda, lontana, smarrita, invito l’ostetrica a parlarle a farle capire l’importanza della sua presenza per la figlia.
Intanto suggerisco ad Arianna di alzarsi in piedi e di sentire la forza delle gambe, scaricare il peso, la paura, il dolore, attraverso i piedi, sulla terra. Funziona !
Il mal di schiena passa, chiede di sua madre, si stringono, si abbracciano, le chiede se le vuole bene, la madre commossa le risponde di si. Anche il compagno è vicino, presente, la abbraccia, la sostiene, la incoraggia.

Nel momento della transizione, quando comincia la fase espulsiva, ha un momento di smarrimento: Non ce la faccio ! Urla, non ce la farò !, l’ostetrica le prende il viso con le mani: Ce la fai, ce la stai facendo, le risponde, la fiducia è contagiosa.

Arianna si inginocchia abbracciata al suo compagno, ancora qualche spinta e la bimba nasce, bellissima, perfetta. La commozione di tutti è grandissima. Arianna trema per lo shock, è troppo forte l’emozione di avercela fatta, ora può riattraversare e guarire l’ultima fase della nascita precedente. La invito a prenderla, ma i minuti passano ed Arianna non la prende, è ancora troppo forte il tremore, non vuole che la bambina lo sente. Infine la prende in braccio, cerca di attaccarla. Ci mette quasi un’ora e mezza per partorire la placenta, “l’ultima separazione”. E’ troppo stanca, ancora sconvolta. Sollecitata dall’ostetrica si mette accovacciata, ma la placenta non esce, è ancora un momento di tensione, anche se è già staccata, intravedo un grumo di sangue scuro e le dico che è la placenta: sta uscendo, sta uscendo ! Le dico.
Due minuti dopo Arianna recide l’ultimo “filo”, partorisce la placenta. Il parto è ora concluso.

Qualche giorno dopo le faccio visita, ripercorriamo insieme le tappe di questa incredibile avventura.


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