Oltre il limite

Oltre il limite

Di Emanuela Geraci
L’etimologia di partorire ha a che vedere con il produrre ed il portare, in particolare il “portare al di là”, come vuole la radice sanscrita “par”.
Questo “portare al di là” nel parto può contenere e integrare diversi significati. Portare il bambino “alla luce”, da una realtà in cui essere e non essere si intrecciano: la realtà virtuale della gravidanza e del ventre materno, una realtà “in potenza”, ad una realtà condivisa, “in atto”, quella della nascita, quell’arrivare nel nostro mondo che sancisce l’inizio della vita dell’uomo e della donna.
Nascita come passaggio, dunque, come porta, da un mondo ad un altro, da un aldilà ad un aldiquà. Eppure il lavoro del “portare al di là” non si riferisce solo al bambino, uno dei soggetti del parto, ma richiama l’altro soggetto del partorire, ovvero il lavoro di chi partorisce, di chi ha il compito di effettuare questo passaggio. Il parto della madre.
In tutte le favole, l’eroina viene coinvolta in un “compito difficile”, che deve portare a termine, guadagnando un matrimonio decoroso e la pace dell’anima.
Così la donna che partorisce ha il mandato ancestrale di svolgere e portare a compimento, il “compito difficile” del parto.
Portare al di là non solo il bambino e la sua esistenza ma se stessa, colei che ha affrontato e superato la prova, per guadagnare infine, “produrre”, una più stabile e nuova unione con il proprio sé, un nuovo “matrimonio”.
Un passaggio che la psicologia ha ampiamente studiato, quello del trasformarsi da Figlia a Madre. Sembra che diventare madri comporti la sensazione soggettiva di una perdita, un lutto dell’identità precedente, quella di figlia. Non saremo più esclusivamente figlie dopo un parto.
Divenire madre altresì presenta e mette in scena l’acquisizione di un potere, che a questa perdita consegue.
Un potere che continua ad esercitare il suo fascino, anche dopo migliaia di anni e induce le donne a desiderare e affrontare il passaggio.
Una particolare forma di potere si sprigiona nel parto, trasforma la donna in madre e ne fa l’incarnazione sempre rinnovata, di “colei che sa”, la donna di un milione di anni.
Vediamo come questo avviene nel parto.
E’ interessante notare come in tutte le forme religiose più antiche, ricorra uno stesso schema iniziatico. L’iniziazione ai misteri adulti, alla maturità, all’essere membro attivo della comunità, passavano dallo svolgersi di un “compito difficile”.
Alcuni degli elementi ricorrenti sono:la presenza del dolore, la sopportazione della fatica, il non sapere in precedenza il tempo che gli iniziati avranno a disposizione, il prodursi di una sensazione soggettiva di “fuori dal tempo”. L’obbligo di lasciarsi andare all’esperienza, il “salto” dato dall’abbandono della prospettiva individuale.
L’iniziazione è accompagnata da fenomeni di trance quali: insensibilità agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza vigile, fenomeni di dissociazione psichica,
Le sequenze rituali sono inoltre: 1) Ritmiche e ripetitive, 2) agiscono in modo da sincronizzare le componenti emozionali, i processi percettivo-cognitivi e quelli motori all’interno del funzionamento del sistema nervoso dei singoli partecipanti, 3) tende a sincronizzare questi processi tra gli individui che partecipano al rito.
Sono tutti elementi presenti in un parto naturale.
E, a questo proposito, aggiungerei anche altri elementi iniziatici, sui quali ci soffermeremo meglio più avanti, quali le ferite da taglio, il prodursi di cicatrici rituali, l’esposizione dei genitali “all’orco”, che fanno parte del bagaglio iniziatico di culture diverse e che ritroviamo nei parti medicalizzati, ad esempio nell’episiotomia, e nel parto cesareo.
Le forti analogie che legano pratiche iniziatiche e l’esperienza del parto, attualizza nei parti odierni , problemi che i nostri antenati avevano pensato e ritualizzato centinaia di migliaia di anni fa.
Il pensiero dei nostri antenati sembra ritornare oggi privato del proprio contesto rituale, e come tale, fonte di emozioni incontrollate e spesso soverchianti per le donne che si ritrovano a subirle senza comprenderne lo sfondo archetipico.
Ritorniamo ora al parto, al “portare al di là”.
Il potere della donna che partorisce non può essere scisso dalla presenza del dolore e dalle soluzioni che riuscirà ad elaborare per viverlo e renderlo capace di “portare al di là”. Dalla sopportazione della fatica, dalla capacità di vivere il tempo senza tempo del sogno-trance, ed infine dal rinunciare al controllo, dalla capacità di abbandono.
Possiamo cominciare a comprendere che sono proprio i significati veicolati dall’esperienza del parto che renderanno la donna matura e idonea a diventare madre.
Il parto infatti “mette in scena” alcuni dei più importanti “compiti esistenziali” di un essere umano. Compiti che gli uomini, che non hanno la possibilità di vivere in prima persona l’esperienza del parto, devono riprodurre, imitare, dall’inizio dei tempi con iniziazioni rituali.
Cominciamo dal dolore. La capacità di affrontare e superare il dolore è una competenza dell’età adulta che fa da specchio ad una comprensione della vicenda umana giudicata matura. Infatti secondo il l giudizio del “senso comune” , come anche secondo teorizzazioni religiose e filosofiche più complesse, è immaturo colui che pensa di poter vivere una vita dedita unicamente al piacere. Il dolore esiste invece nella vita di ognuno, che noi lo vogliamo o no, si presenta nelle nostre vite immancabilmente. Imparare ad affrontarlo, viverlo, riconoscerlo, accettarlo, superarlo, fa parte dell’apprendistato del divenire adulti.
Capire dunque che la ricerca del piacere del bambino, le sue pretese onnipotenti, hanno un limite sovrano nel riconoscimento dell’esistenza del dolore. Comprendere e accettare il nostro limite di esseri umani, toccare con mano i nostri confini, la nostra debolezza, la nostra piccineria, il male che c’è dentro di noi, quello che facciamo, quello che abbiamo subito, ci “porta al di là”, ci partorisce.
Si impara ad annullare non il dolore ma la sofferenza, la sofferenza che nasce dalla paura, dalla resistenza, dalla negazione.
Ecco che l’orizzonte simbolico si allarga, possiamo comprendere meglio l’importanza che per molte donne ha il vivere e l’accettare il dolore durante il parto.
Così è anche per la fatica, il “travaglio” del parto. Troviamo di nuovo una coppia di opposti, un pensiero antitetico, chi crede che nella vita tutto è possibile senza sforzo e senza impegno e chi invece sa che le cose importanti si ottengono con fatica, perseveranza, continuità. Ogni donna, come ogni essere umano ha una soluzione personale a questo problema millenario, e tale soluzione possiamo ritrovare nel parto, accettare la fatica oppure non accettarla, opporle resistenza o trasformarla, sentirsene attraversate, viverla.
L’obbligo infine di lasciarsi andare all’esperienza, di abbandonare il controllo, di entrare nel tempo senza tempo della realtà del sogno, della favola, della realtà più vera del vero. Quella in cui si passa “al di là”, si attraversa lo specchio del continuo riconoscersi, per aprirsi all’altro e alla coscienza dell’alterità.
Tutto ciò può avere un senso ed un significato laico o religioso, ma parte comunque dalla constatazione e dall’ammissione che forze più grandi di noi ci guidano, ci agiscono, e ci permettono di essere.
Chiamiamolo inconscio, mente collettiva, o Dio, è ad ogni modo l’abbandono dei nostri egoismi, del predominio dell’ego, lo sposare una “causa più grande”, l’individuo diventa funzione della collettività e ne diventa interprete e guida.
Il parto così si apre ad uno sfondo esistenziale ed archetipico più vasto, ripercorrendo le orme dei nostri antenati, ci stiamo riappropriando dei significati profondi del partorire.
Quel “portare oltre” che ci induce a superare la letteralità dei biologismi e dei medicalismi, fino a diventare una mappa di ciò che abbiamo bisogno di imparare nella vita.



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