Una doula per un cammello

La storia del cammello che piange
Il rifiuto della maternità (o la depressione post-partum)
Di Agnese Pozzoli
Siamo nel deserto del Gobi, in Mongolia, in un minuscolo accampamento di allevatori in attesa che le cammelle gravide partoriscano. Gesti quotidiani e rituali, lavoro e leggende si mescolano nella vastità del paesaggio che circonda questa famiglia allargata.
Il film inizia con il racconto di una vecchia leggenda, che ci fa entrare nel carattere, nell’etica e nell’intimo del cammello, attraverso lo sguardo del vecchio che parla, guardandoci. E capiamo anche che per queste persone, e per i registi che se ne sono innamorati, i cammelli sono molto di più che dei semplici animali.
 
Ed ecco che iniziano i parti, le femmine hanno le pupille dilatate e vengono posizionate. Ma l’ultima, la più giovane, ha delle difficoltà, il travaglio è lungo e non riesce a partorire. Gli uomini, e le donne, si consultano, cercano di lasciarle l’intimità del momento, non vogliono intervenire, ma sono preoccupati. Quando il piccolo inizia ad uscire, e la cammella continua a non farcela, solo allora le si fanno intorno, la carezzano e la accudiscono.
In un epoca in cui anche i parti si possono vedere in televisione (esiste un canale satellitare dedicato..) il parto della giovane cammella non ha niente di pornografico, nel senso stretto del termine (quello di esibizione/ostentazione dell’intimo) , ma è compartecipazione all’evento, dove anche l’intervento umano (ostetrico?) si limita ad un’osservazione e a un aiuto senza essere invasivo o prepotente. Ma, come vere e proprie “doule”, aspettano che il loro ruolo sia necessario, e agiscono nel rispetto della madre..
La macchina da presa si avvicina al parto, vuole capire, osserva e com-patisce (si emoziona insieme), e porta alla luce il piccolo cammello bianco-albino.
Alla  magia del parto però non fa seguito la magia del riconoscimento madre-figlio, nonostante gli allevatori facciano di tutto perché essi si guardino, la madre lo rifiuta, il parto doloroso e il « colore » del puledro la allontanano, la innervosiscono.
La giovane donna del villaggio, da madre a madre, si occupa della coppia, per tentare di riavvicinarli. Prende il latte alla cammella e allatta con un corno il piccolo, che urla disperato; guida e aiuta gli avvicinamenti, ma tutto senza risultato.
Solo un violino, con  la magia della poesia e dell’incanto, riuscirà a sciogliere il nodo, questo groppo in gola che la madre non riusciva a elaborare. Ed ecco le lacrime uscire dai suoi occhi, ed eccola accogliere il piccolo al ventre, e allattarlo.
 



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