La maternità nell´Antico Egitto

La maternità nell’Antico Egitto

Di

Emanuela Geraci

 

Dal libro di Cristiane Desroches Noblecourt, Sotto l’oro del volto, informazioni sul modo di vivere la maternità nell’Antico Egitto.

Le giovani donne attendevano con impazienza i primi sintomi che dessero speranza di maternità, era uso indossare cinture appoggiate alle anche con motivi d’oro a forma di cauri, conchiglia con la forma di vulva in grado di partorire. Pregavano Hathor che proteggesse il focolare e desse una numerosa progenie. La sua immagine decorava la parte superiore di alcune porte di appartamenti, in modo che facilitasse “i passaggi”.

Gli egiziani avevano già notevoli conoscenze ginecologiche, ed una scuola di levatrici a Sais formava le professioniste della nascita.

Per essere sicure del concepimento si poteva seguire il procedimento, indicato in numerosi papiri, di “mettere orzo e grano in due sacchetti di tela, che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno, e contemporaneamente datteri e sabbia in due altri sacchetti. Se l’orzo e il grano germineranno ambedue il parto è sicuro, se per primo germinerà l’orzo sarà un maschio, se sarà il grano a germinare per primo sarà una femmina. Se ambedue non germineranno non partorirà” facendo riferimento a empiriche teorie ormonali.

Durante la gravidanza erano sollecitate protezioni di ogni tipo. Gli “avori magici” erano delle specie di tavolette a forma di coltello ricurvo ricoperto di varie figure, tra cui, Aha protettore delle donne e dei bambini, Thueris, la dea ippopotamo e Anubis, il dio “traghettatore” di anime. Veniva invocato Knhum il dio vasaio, che aveva il compito di formare e proteggere il feto come “il pulcino nell’uovo”, “l’uovo” della donna incinta. Anche i cippi di Oro sui coccodrilli erano molto diffuse, piccole steli con il retro coperto di formule magiche, rappresentavano la vittoria di Oro il figlio-embrione della dea Iside durante la sua gestazione raffigurata nelle paludi di Chemmis. Una delle formule recita “ tu che mi difendi da tutti i leoni del deserto, tutti i coccodrilli del fiume, tutti gli insetti che pungono e gli scorpioni, tutti i rettili del deserto…” . Osserva giustamente la Noblecourt che la probabilità che un attacco di uno di questi animali si verificasse nella realtà era molto basso, ed era molto più probabile che gli animali rappresentassero “i pericoli” della gravidanza, e i rischi di malformazione del feto.

Le steli di Oro venivano bagnate nell’acqua che la donna incinta avrebbe bevuto per assicurare un’adeguata profilassi a se stessa e al bambino.

Arrivava il momento del parto e nuovamente veniva invocato Knhum considerato responsabile di aprire le labbra della vagina durante il parto, e fornire il primo respiro al bambino.

L’egiziana partoriva nuda, con il busto diritto, a volte seduta su un sedile speciale, a volte accovacciata o inginocchiata su quattro mattoni rituali meskhenet, simbolo delle quattro dame presenti durante il parto, gli stessi mattoni erano usati per la costruzione dei templi, un tempio era infatti “basato sulla nascita di un essere vivente”, deve uscire da una matrice liquida sui mattoni del parto, meskhenet, Knhum con il tornio forgià la persona che verrà e le da un luogo dove installarsi sulla terra. Usualmente vi erano almeno quattro donne, empiriche o levatrici presenti durante il parto, una come Iside si mette davanti, l’altra dietro la donna come Nephtys, l’altra come Heket, la dea rana facilita la nascita, la quarta prendeva il bambino e come Meskhenet lo appoggiava sui mattoni, “radicandolo” su questa terra. Erano presenti anche “le sette Hathor” che predicevano il destino del bambino.

Subito veniva messo il nome al bambino, il primo nome veniva chiamato “il nome della madre” e veniva dato dal padre con le parole e le grida pronunciate dalla madre prima della nascita, si riteneva infatti che ella partorisse insieme il bambino e il nome.

Un secondo nome di “uso comune” poteva essere dato in un secondo momento.

La placenta veniva trattata con grande rispetto e impiegata in rimedi che servivano per cauterizzare le piaghe profonde. Dopo il parto le donne egiziane sostavano 14 giorni in speciali padiglioni per “purificarsi”, al termine dei quali una cerimonia presso il Mammisi poneva termine al puerperio. Il Mammisi era un piccolo tempio spesso adiacente ai templi più grandi dove veniva celebrata la nascita divina, prima dedicati ad Hathor poi ad Iside ed Horus, vi si celebrava ogni anno per il suo compleanno anche la nascita del faraone come nuovo Horus. Molti egittologi pensano che fossero delle vere “case del parto” ma non tutti sono d’accordo ritenendo che vi si svolgessero solo le funzioni rituali.

 

Amuleti e formule magiche erano comuni anche per proteggere la crescita del bambino e l’allattamento:

Che ogni dio protegga il tuo nome

Ogni luogo ove ti troverai

Ogni latte che berrai

Ogni seno dove sarai preso

Ogni ginocchio dove sarai seduto

(…)

Che ti tenga in salvo per loro

Che ti calmi per loro, ogni dio ed ogni dea.

Il latte di donna era considerato bevanda divina ed usato in molti rimedi, per calmare la tosse con il miele, per prevenire e curare disturbi agli occhi e cardiaci, o per i neonati l’incontinenza urinaria. Sono stati ritrovati molte statuine porta bevande a forma della dea Thueris, con la mammella bucata, affinché potesse uscire “L’acqua della vita”, ovvero dei contenitori dotati di una speciale protezione magica per il latte materno.



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