Il rituale della nascita a Nimkhera in India centrale

 

Da una ricerca sul campo svoltasi negli anni 60-70 a Nimkhera, un villaggio del Madhya Pradesh (India centrale), condotta da Doranne Jacobson per studiare i rituali indiani della nascita, uno studio antropologico sui contesti sociali e religiosi della maternità.
Il matrimonio a Nimkhera è ancora combinato dalle famiglie, e la nascita di un figlio maschio garanzia per la madre di una serena vecchiaia, in quanto le figlie sposandosi si trasferiscono a casa del marito: In questo contesto, gravidanza, parto e puerperio acquistano un’importanza assoluta e rimangono di competenza esclusivamente femminile.
Il periodo prima che si manifesti la gravidanza è spesso dedicato a speciali offerte alla dea Matabai, la dea madre del villaggio, o alla visita al tempio più importante della regione dedicato alla dea Narbada Mai.
Dopo che la gravidanza è accertata, occorre proteggere la nuova vita dall’invidia e dagli spiriti malevoli, per cui è meglio che la donna resti in casa il più possibile, ricorrendo anche a pratiche speciali (che comprendono l’assunzione di determinati cibi, la colorazione rituale di parti del corpo, e verso la fine della gravidanza l’astensione dai rapporti sessuali) che hanno tutte lo scopo di sottolineare lo stato speciale in cui si trova la donna e di preparare psicologicamente al cambiamento la futura madre.
Quando arriva il momento del parto, ad assisterla sarà la levatrice del villaggio, che appartiene sempre ad una casta più bassa, proprio perché deve continuamente toccare “cose impure”, come la puerpera stessa: una donna in questo stato è vissuta come una potenza incontrollabile, in quanto luogo in cui si apre la porta divina della creazione; è sacra essa stessa come il suo generare, quindi fonte di pericolo per chi la circonda nel momento in cui si disvela il mistero racchiuso nella potenza del suo corpo.
Perché nulla ostacoli il travaglio, la levatrice avrà cura di sciogliere tutti i nodi che circondano la puerpera per “aprire la strada” al bambino e le darà da bere l’acqua “santa”, in cui sono stati lavati gli idoli del villaggio. Anche il taglio del cordone ombelicale è di sua competenza, come pure la sepoltura della placenta in un buco da lei scavato e ben nascosto: potenti sono infatti le magie, anche malevole, che si potrebbero fare usandone anche solo un pezzetto.
A questo momento, che si svolge nel segreto della casa e lontano da occhi curiosi, segue un preciso calendario di graduale rientro della nuova madre, e della sua creatura nel mondo. Prevede una serie di canti, gesti, uso di oggetti, sostanze e cibi. Menzionerò solo il fatto che i primi tre giorni dalla nascita (chiamati Sor) sono il periodo più protetto dal tabù rituale, con lo scopo di dare il tempo a madre e figlio di stabilizzarsi, e che al loro termine viene ammessa in casa la moglie del barbiere, che ha il compito di tagliare le unghia alla nuova madre. Segue la cerimonia del chauk, in cui un’altra donna ha un ruolo importante, la zia paterna della nuova creatura, che da il primo riconoscimento al cambiamento di stato della famiglia.
Quindi la madre con in braccio l’infante viene messa a sedere su una pedana davanti all’ingresso di casa, ben vestita e adornata, scende per uscire dalla porta e subito rientrare sulla pedana dove è intanto salito il marito. Segue una festa a cui è invitato tutto il villaggio. Fino al quarantesimo giorno seguirà una dieta speciale e non avrà rapporti sessuali. Il quarantesimo giorno avviene la cerimonia della consacrazione al pozzo, che ha lo scopo di estendere la sua fecondità alla riserva d’acqua dell’intero villaggio. Lo svezzamento della figlia avverrà dopo due mesi e mezzo, quello del figlio a cinque mesi, anche se l’allattamento potrà continuare fino a uno o due anni. In questo lasso di tempo si tiene anche la prima importante cerimonia per il nuovo nato/a, il primo taglio rituale dei capelli, che segna l’entrata del nuovo membro nella vita della comunità.
In “Oscure Madri Splendenti, le radici del sacro e delle religioni” di Luciana Percovich, Venexia edizioni.
Ricerca di Doranne Jacobson “Golden Handprints and Red Painted Feet:Hindu Childbirth Rituals in Central India, in Unspoken Worlds: Women religious lives in Non Western Cultures, a cura di Nancy A. Falk e Rita M. Gross. Harper & Row, 1980.



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