Una Madre ha partorito

La forza inaudita del simbolico, un´elaborazione del´esperienza della prematurità.

Mi è sempre piaciuta l’espressione usata nella lingua spagnola: “Una madre ha partorito” al posto del nostro “è nato un bambino”, per dire la nascita, sposta il soggetto e lo riconosce: la madre è al centro, forte, presente, responsabile.
Mi sembra che ne parli Adrien Rich nel celebre e ancora rivoluzionario “Nato di donna” e proprio quest’espressione le permette di aprire un discorso diverso e nuovo sulla soggettività del materno.
A me è sempre piaciuta l’espressione spagnola anche per altri motivi, apre una serie di interrogativi fecondi, di paradossi logici che fanno pensare. “Una madre ha partorito” vuol dire che una donna è già madre, prima e indipendentemente del parto, “ha partorito” rimane un’azione, un verbo, il corollario del soggetto.
“Una Madre ha partorito”, vuol dire che si può partorire quando si è già madri, vuol dire che l’azione di partorire è predicato dell’essere madre, e non viceversa. Essere Madre ha in sé il partorire.
Cosa dire dunque di tutti quei parti “mancati” in cui l’esperienza del partorire, perduta, sembra intaccare l’essenza stessa dell’essere Madre ? Mi riferisco non solo ai parti cesarei, in cui il simbolo predominante sembra essere piuttosto quello del “taglio” o della “ferita”, ma a tutti quei parti in cui la donna effettivamente è mancata. Situazioni limite, di rischio estremo, in cui la donna manca, manca il parto, a volte è perduto per sempre.
Mi ha aiutata una donna ad illuminare questa zona d’ombra della coscienza femminile. La chiameremo, per convenzione, Maia. Una donna che una sola volta ho visto ad un corso pre-parto, proprio quel giorno parlando di placenta, mentre raccontavo dei rituali in uso per onorare la placenta dopo il parto. E raccontavo di placente immerse nell’acqua dei torrenti che avrebbero benedetto l’allattamento, lo scorrere fluente del latte…Lei mi guarda, curiosa e affascinata, i lunghi capelli le circondano il corpo.
Una settimana dopo, all’improvviso, è appena al sesto mese di gravidanza, comincia a “pisciare sangue”, chiama l’autombulanza, lei si sente svenire, non ha coscienza di quel che può succedere, del pericolo imminente, poi non ricorda più nulla. Quando riprende conoscenza, le hanno fatto un cesareo d’urgenza, a causa di un distacco di placenta che ha provocato l’emorragia e le hanno tolto l’utero.
Il bambino non si sa se sopravviverà.
Mi contatta un anno dopo, per il primo compleanno del bambino. La situazione di “emergenza” è passata, il bambino sta bene, recupera in fretta. Lei ha bisogno di “elaborare” quello che è successo, come dice lei stessa. Ha un taglio di capelli molto corti, mi fa venire in mente un’iniziata. Appena mi vede mi dice: “Hai visto, i miei bei capelli li ho tagliati…”
Mi racconta che la notte dopo al nostro primo incontro, ha fatto un sogno che poi molte volte l’ha fatta riflettere, come se fosse una prefigurazione dell’accaduto. Un sogno in effetti, che è rimasto centrale nel percorso di counseling e che ha rappresentato anche la chiave di volta dell’intero percorso.
“Mi trovo in un acquitrino, tu sei con me, mi aiuti, partorisco un girino nell’acqua, con un mio amico mi portate in un accampamento Rom, dove ricevo tutte le cure necessarie.”
Dice: “Mi ha sempre colpito il fatto che volessi partorire con te, sapevo nel sogno che volevo te per il parto”.
Parliamo di quello che è successo, di come ha accolto il bambino all’inizio, la profonda depersonalizzazione, il distacco emotivo: “Poteva essere il figlio di un’altra”, “Era E.T. un alieno”. Fortunatamente è riuscita ad allattarlo da subito, in questo sostenuta dall’equipe pediatrica e ostetrica, canguro-terapia, e allattamento al seno appena possibile l’hanno aiutata a sentire il suo ruolo di madre. Dice: “L’allattamento è stato faticosissimo all’inizio, riusciva a prendere appena qualche goccia, ma sono stata molto determinata.” “E’ stato come un parto” le riformulo. E lei sorride annuendo, sento che le è piaciuto molto essere riconosciuta in questo.
Mi racconta di quando è tornata a Natale a casa e il bambino era ancora in ospedale, sua madre le aveva preparato il presepe, c’era la capannina, e lei ha pensato, ecco, non c’è il bambino !
Noto che mi racconta tutto con molto distacco emotivo, la sento ancora congelata. C’è da riappropriarsi delle emozioni “Ho pianto poco” dice, ero come sospesa, non si sapeva ancora se il bambino sarebbe sopravvissuto, non potevo pensare ad altro.
L’unico momento in cui si emoziona un poco è quando racconta di quando ha saputo che le avevano tolto l’utero. Lei voleva molti figli, ha rinunciato ad una grande passione che non le avrebbe mai dato nessuna stabilità . Quando ha incontrato il padre di suo figlio, “ Ci siamo trovati in questo: volevamo un figlio”.
Sembra che ci sia un buon rapporto di coppia, lui è molto protettivo.
Ha bisogno di raccontarmi del lungo viaggio in Nicaragua, del suo amore per i viaggi, a leggere i tarocchi per strada, l’incontro con la foresta…il suo vecchio amore…ha avuto diversi aborti spontanei in precedenza, sapeva dentro di sé “che qualcosa non sarebbe andato bene”, anche se non saprebbe dire il perché. Per avere figli ha rinunciato all’uomo di cui era innamorata, molto più giovane di lei e decisamente non intenzionato a “mettere su famiglia”.
Le sembra di avere perduto tutto questo per cosa ? Ha perso l’utero, il parto, la possibilità di avere altri figli.
Mi parla dei suoi genitori, il “tradimento” del padre, descritto con tratti narcisisti, si era creato una “doppia famiglia”, tollerata sembra dalla madre, lei, Maia, aveva un ottimo rapporto con “l’altra”, era molto amica della figlia, sua coetanea. Quando il padre e l’amante si lasciano, lei soffre molto per la separazione, ha circa otto anni, l’amica del cuore si trasferisce in un’altra città. Descrive la madre con tratti depressivi, lei è cresciuta con la nonna, rispetto alla madre ha un atteggiamento di sufficienza, sua madre non le preparava da mangiare e ancora oggi lei si nutre di latte e biscotti, quasi a ricercare ancora quel nutrimento affettivo perduto. Quando la madre era incinta di lei “aveva una grandissima paura di morire per il parto” , il parto si è svolto senza complicazioni, non c’erano precedenti in famiglia. Rimprovera la madre di non aver voluto un secondo figlio, lei è rimasta figlia unica, “da sola”. E dà molto l’impressione di una persona sempre abituata a “cavarsela” da sola, che ha spostato sul suo lavoro il sentimento di essere “una zingara”.
Si capisce anche che lei si è sempre schierata dalla parte del padre, con il suo vortice affascinante e instabile, che poi lei stessa, fino all’incontro con P. il padre del bambino, ha cercato di replicare. Come dice lei stessa “ha bisogno di lasciare la mano del padre”.
Svolge un lavoro che le piace, di responsabilità in una coperativa sociale, si occupa di Rom…
Un buon sostegno lo ha trovato negli amici, che per lei sono “una seconda famiglia”. Descrive la degenza in modo quasi allegro, la sua camera colorata, i poster delle foreste sudamericane appesi alle pareti, gli amici che la vengono a trovare, lei con il suo compagno in un camper posteggiato vicino l’ospedale, qualche passeggiata sulla spiaggia in riva al mare, in un’atmosfera dorata. Parla molto bene del personale ospedaliero, descrive le cose in modo umoristico e brillante. Sembra un “bel periodo” seguito però da un vuoto, che avverto, un “buco” nella narrazione, che Maia non riesce neanche a nominare.
Mi sembrano due i principali fili conduttori, uno è il trauma vissuto e il parto perduto, sembra ancora molto legata al ricordo del trauma, ed il “parto perduto” diventa il simbolo di tutto quello che ha perduto: una madre affettuosa e presente, la possibilità di “svincolarsi” dal fascino paterno, una famiglia unita.
D’altra parte il complesso rapporto con il padre le impedisce di apprezzare pienamente la sua coppia attuale, confinandola in vaghe nostalgie.
Comincia un lungo lavoro di gestalt counseling per recuperare il suo “utero interiore”, la femminilità perduta, la possibilità di avere altri figli, la rabbia, il terrore, la tristezza della perdita. Le è molto d’aiuto il gruppo di gestalt dopo parto, che le permette di esprimere le forti emozioni in gioco sentendosi accolta come donna e come madre. Dunque il gruppo le fa da madre e da nuovo utero, da cui potrà infine rinascere.
Lei stessa insieme al gruppo in una delle gestalt elabora i “passaggi” attraversati in una bellissima favola che coinvolge e tocca le storie di tutte le partecipanti.
LA FAVOLA DI FAGIOLINO CUOR CONTENTO
C’erano una volta un re e una regina che desideravano tanto un figlio ma un figlio non arrivava mai. Avevano girato per valli e monti, per mare e per terra ma il figlio non veniva. Fino a che un giorno la regina si ritrovò finalmente incinta. Tutti erano felici di quella bella e tanto desiderata novità e si aspettavano il meglio da quella nascita. Ma il destino tirò un brutto scherzo al bambino che nacque all’improvviso tanto in anticipo. Il principino era piccolo piccolo, come pollicino, anzi no come un fagiolino e pesava poco più di un chilo. Ma era forte e riuscì a superare le prime difficili settimane di vita. Il re e la regina lo accudirono come un gioiello ed erano comunque fieri e felici del loro tanto desiderato figliolo. Tutti lo amavano e lui ricambiava le cure e le attenzioni con delle fantastiche allegre risate tanto che iniziarono a chiamarlo Fagiolino Cuor Contento.
La sfortuna era però sempre in agguato, e un giorno una strega cattiva e invidiosa che passava di là gettò un incantesimo sulla loro casa: la avvolse in una nebbia di ghiaccio, così fitta che non si riusciva più a distinguere dove fosse il cancello del giardino d’entrata.
Nessuno che passava davanti alla casa si accorgeva che ci fosse e, dall’interno, nemmeno il re, la regina, e il piccolo Fagiolino riuscivano più a vedere il mondo fuori dalle finestre.
Tutto era diventato immobile e di ghiaccio. Nessuno andava più a far loro visite e a salutare Fagiolino Cuor Contento. La famiglia continuava a vivere all’interno della casa senza accorgersi della vita fuori e senza uscire mai. Successe allora che venne a mancare prima la legna per il camino, poi il cibo per mangiare iniziò a scarseggiare e piano piano anche l’acqua era sempre meno. Il re e la regina non sapevano cosa fare per il loro piccolino, e nemmeno per se stessi fino a che da fuori sentirono delle voci che li chiamavano: erano gli amici di un tempo! Tutti avevano iniziato a domandarsi che fine avessero fatto Fagiolino Cuor Contento e i suoi genitori; all’inizio passavano dalla strada della loro casa senza accorgersi che la casa era ancora là poi a poco a poco iniziarono ad addentrarsi nella coltre di nebbia, a scavalcare il ghiaccio e le piante cristallizzate.
Facendo una catena umana arrivarono alla porta di casa appena in tempo per salvare la famigliola e tirarli tutti e tre fuori alla luce del sole. Una volta arrivati all’esterno della nebbia incantata il re e la regina si abbracciarono con il loro amici e tutti vollero fare a gara per prendere in braccio il piccolo Fagiolino. Dopo i festeggiamenti decisero di lasciare la vecchia casa incantata e di costruire poco più in là una nuova più bella e luminosa abitazione. Si misero al lavoro tutti: il re e la regina e gli amici che li avevano salvati. Fagiolino Cuor Contento giocava allegro alla luce del sole e rideva sempre con la sua fragorosa risata.
Accadde allora che la regina, proprio mentre stava lavorando alla costruzione della casa, si facesse male e perse tutte e due le mani. Non poteva più lavorare con gli altri, non poteva più accudire il piccolo Fagiolino e pensava anche che il re, con le mani tagliate, non l’avrebbe più voluta.
Disperata prese il piccolo Fagiolino Cuor Contento, lo mise in una fascia e scappò nella foresta lontano da tutti, triste e sola. Camminò per tanto tempo fino a che, stanca, si fermò seduta sotto un grande albero e si mise a piangere.
Allora arrivò un uccellino. Volando intorno cercò in tutti i modi di consolare la regina: si mise a cantare, a cinguettare, cercò di farle il solletico con le ali per farla sorridere ma non ci riuscì: la regina continuava a piangere.
Provò a chiederle cosa fosse successo di tanto tragico e allora la regina si mise a raccontare all´uccellino tutta la sua storia e quella di Fagiolino. L´uccellino l´ascoltò per tutto il tempo e alla fine le disse: "devi andare in cima alla montagna più alta, quella laggiù lontana lontana, e devi cercare il pozzo profondo che c´è lassù. In fondo al pozzo devi prendere la stella più bella".
La regina ringraziò l´uccellino e con Fagiolino sempre legato con la fascia si rimise a camminare. Arrivò alla montagna e la salì fino in cima. In cima trovò il pozzo profondo e si mise a guardarci dentro. Dentro, in fondo in fondo, vide la stella, la prese e se la mise al petto. Appena l´ebbe presa la stella cominciò a brillare e a illuminare il suo volto e quello di Fagiolino Cuor Contento che intanto si era messo a ridere divertito alla vista di quella bella luce. La regina decise di lasciare il pozzo e di scendere dalla montagna e mentre scendeva le prese nostalgia di casa e si incamminò sulla strada del ritorno. Ad un certo punto vide che stava arrivando un uomo a cavallo e riconobbe il re che stava venendo a cercarla. Quando si incontrarono il re la abbracciò e le disse che era molto bella con quella stella così luminosa e che gli erano mancati molto, lei e il suo piccolo Fagiolino. Le disse che la loro casa era pronta e che stava aspettando solo il loro ritorno.
La regina montò sul cavallo con il re e mentre tornavano a casa magicamente le ricrebbero tutte e due le mani. Così si strinse ancora più forte al suo re, guardando il piccolo Fagiolino nella fascia che contento di stare sopra il cavallo stava ridendo forte forte.
E così tornarono a casa tutti e tre e vissero felici e contenti.

Viene in nostro soccorso anche la letteratura, due grandi passioni di Maia sono: Momo, la storia della piccola Rom dal grande cappotto verde e la Storia infinita di Michael Ende. Utilizzo a più riprese i simboli presenti in entrambi i libri, fino a quello decisivo: “Il passaggio attraverso lo specchio” che nel romanzo, la storia infinita, segnala la possibilità per il protagonista di “entrare nella storia” diventarne realmente protagonista e non solo “lettore” passivo, e salvare così Fantasia, il regno della creatività e dell’immaginazione.
“Attraversare lo specchio” per Maia vuol dire riuscire a vedere il valore del suo compagno, la sua preziosa complementarità, non più imprigionata negli “specchi” paterni. Lasciarsi alle spalle il trauma della “perdita” e del tradimento.
E così avviene, Maia entra per davvero “nella storia” affrontando il passaggio.
Stabiliamo insieme al gruppo che è arrivato per Maia il momento di separarsi dal trauma, per andare avanti, trovare nuove strade, nuove possibilità.
Parliamo del sogno, del sogno della nostra vita, di quello che vorremmo realizzare. Maia è una brava lettrice di tarocchi, distribuisce una carta a ciascuna partecipante del gruppo, a lei viene “il Mondo”, la carta della realizzazione, la fine del percorso. Decidiamo di trovarci di notte per “mettere in scena” il parto di Maia, il parto che non ha avuto e che non potrà più avere, un parto simbolico.
Dunque ci ritroviamo, chiedo al gruppo di raccontare le proprie esperienze di parto, di mettere in risalto quello che secondo loro è importante in un parto. Le esperienze descritte sono varie: parti naturali, in casa, cesarei. Simbolicamente il parto viene accostato ad un percorso, un passaggio di morte e rinascita, un incontro con il buio, con la gioia e la trance, con l’inaspettato, con l’Angelo, una cascata, la forza della natura.
Usciamo, prendiamo la via del bosco, di notte, la luna e le stelle ci guideranno, siamo da due giorni in luna calante, il potere di disfarsi del vecchio, di ciò che non ci appartiene più. Distribuisco le “parti” alcune donne impersoneranno le “contrazioni” dando a Maia pizzicotti con una sequenza ritmica, una donna impersonerà “l’ostetrica”, una donna “il padre del bambino”. Cominciamo a simulare le contrazioni, Maia ride, si sottrae, fugge, il percorso è in salita, le contrazioni la rincorrono, non le danno tregua, vaghiamo nell’oliveta come spiriti nella notte, è buio ma non perdiamo un passo, nessuno incespica o cade, conosciamo quell’incedere nel buio. Maia comincia a sentirsi male per davvero, ha le nausee, le viene da vomitare, come a volte accade nei parti. Una delle partecipanti che impersona l’ostetrica la sostiene, le chiede di lasciarsi andare, se vuole vomitare che vomiti. Le dico di sedersi su di un grosso sasso, come una sedia del parto, le contrazioni la stringono, non le danno tregua, le chiedo di indovinare per ciascuna partecipante “qualcosa di vero”, se l’indovina le contrazioni la lasceranno, quando le indovinerà tutte, le contrazioni la lasceranno “passare”, all’inizio è difficile, ci mette del tempo, a lasciarsi andare, a fidarsi, ma ce la fa, ora il cerchio si apre, può rimettersi in cammino. Le chiedo di cercare l’acqua, sotto casa mia scorre un torrente con una cascata, da dove siamo nell’oliveta, l’acqua si può sentire ma non vedere, Maia dovrà orientarsi seguendo i suoi sensi.
Maia ci guida all’acqua, l’ha trovata ! Ora le chiedo di immergersi, insieme all’ostetrica, al “padre”, ci immergiamo. Maia ha un momento di paura, di vero terrore, ha paura che qualcosa l’assalti, le faccia del male nell’acqua oscura. Le chiedo di arrivare soltanto a toccare la cascata, poi il bambino nascerà, ancora un piccolo sforzo, Maia si affida, la sostengo con il mio corpo, tocca la cascata, il bambino è nato.
Una grande emozione attraversa il gruppo, ci abbracciamo tutte, il “padre” scoppia a piangere.
Risaliamo in casa, ci cambiamo i vestiti, ora abbiamo dei vestiti nuovi, usciamo di nuovo, questa volta una breve passeggiata per alleggerire la tensione, un concerto di risate.
Al termine della gestalt Maia dice:“Ora non dirò mai più che non ho partorito !”

Emanuela Geraci


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