Il bagno

Giusi Fregoli –gruppo di scrittura “CARTA BIANCA”-Casadelladonna- Pisa, 12 marzo 2009



In questo quadro è rappresentata una donna che tiene in grembo una bambina a cui sta lavando i piedi. Probabilmente si tratta di madre e figlia, come è ricorrente nei quadri di Cassatt. Sono inequivocabili la grande delicatezza e l’infinita amorevolezza con cui viene compiuto questo semplice gesto immensamente carico di significato: lavare è ripristinare la buona condizione che era stata perduta ed è oggettivamente ritenuto forte espressione di cura.
Questo dipinto che trovo straordinariamente bello e toccante, ha smosso in me sentimenti profondi, richiamandomi alla mente che anche la mia mamma ogni sera lavava gambe e piedi sia a me che ai miei fratelli e successivamente anch’io ho avuto con la mia bambina la stessa abitudine.
Quando io e i miei fratelli eravamo molto piccoli in casa nostra non c’era una stanza da bagno, ma un semplice gabinetto comprendente il water e un lavandino. La cucina, più calda e spaziosa, veniva trasformata all’occorrenza in stanza da bagno con l’ausilio di varie tinozze. Ogni sera, poi, non appena piatti e stoviglie serviti per la cena erano stati ripuliti e riposti, la mia mamma scaldava abbondante acqua e in una grossa catinella di smalto bianco in tutto simile a quella del dipinto, cominciava a lavarci. Io, che ero più piccola di solito venivo accudita per prima. Dopo di me toccava ai miei fratelli, che più disinvoltamente si rotolavano per terra e venivano lavati e risciacquati più abbondantemente. A quel tempo non c’era la televisione: l’intrattenimento della sera era quello e comprendeva talvolta il racconto di una storia che mamma, se stavamo buoni, ci concedeva. Più spesso, sollecitata dal tipo di sporco o dai graffi trovati sulle varie gambe, la mamma chiedeva il modo con cui questi erano stati procurati, così i diretti interessati raccontavano loro stessi la storia di cosa era successo nel pomeriggio. Posso ricordarlo, perché quasi mai accettavo di essere messa a letto subito, un po’ per curiosità e legittimo orgoglio, un po’ perché già a quel tempo si era manifestata la mia natura lunare e notturna. Facilmente ottenevo di rimanere alzata e potevo assistere a quel vero e proprio teatro casalingo che era questo parziale bagno serale. Alla fine, ben puliti e odorosi di borotalco, venivamo condotti tutti quanti a letto. Indubbiamente la fatica della mia mamma sarà stata enorme, poiché presumo che molto spesso, dopo averci lavati e sistemati nei vari letti, magari avrà lavato i nostri vestiti, ovviamente a mano. Però quanta condivisione, quanta vicinanza e quante occasioni di confidenza! Non è del tutto casuale che la mia mamma abbia rivestito un ruolo fondamentale fino a quando sia io che i miei fratelli siamo stati piuttosto grandi: è stata veramente “la cattedrale” della nostra infanzia, come dice V. Woolf, né mai mio padre ha messo in discussione l’importanza del ruolo di lei, spesso addirittura esaltandolo.
Quel rito di benefica pulizia serale l’ho talmente introiettato che poi, quando sono stata mamma a mia volta, ho cercato di ripeterlo. Ma le condizioni ed il contesto non erano uguali e non so quale sia stata la sortita. Ne parlerò con mia figlia, ormai adulta, non appena mi si presenterà l’occasione.
Nell’appartamento dove è cresciuta Valeria (questo è il nome di mia figlia) di bagni ne avevamo due. Il breve rito serale avveniva nel bagno più piccolo dove, vicinissima al lavandino e alta uguale, c’era una lavatrice con carica dall’alto; su quel ripiano stendevo un asciugamano e vi facevo sedere la Valeria per asciugarla dopo averla lavata nel lavandino, sufficientemente grande per contenere le sue gambe di bambina. Intanto chiacchieravamo allegramente ripassando filastrocche o qualche storia, oppure cantavamo. Sia dal punto di vista igienico, sia per l’intima relazione che si determinava tra noi due, questa mi sembrava una buona abitudine. Ma non l’ho protratta a lungo perché favorire l’autonomia mi sembrava un intento educativo di maggior valore; inoltre mio marito sottolineava insistentemente che quel lavaggio serale soddisfaceva unicamente la mia mania di pulizia. Ho poi meditato, purtroppo soltanto molto più tardi, che il problema non fosse tanto quello della mia mania di pulizia ma quello della sua gelosia nei confronti dell’intimità che si creava tra me e mia figlia con quel semplice gesto di cura serale, il cui grande valore io stessa tendevo a sottovalutare.


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