L´impero del ventre

“E’ lo stato in realtà che partorisce i bambini, vengono partoriti soltanto bambini di Stato, la verità è questa (…) è lo stato che mette al mondo i bambini, alle madri viene solo dato a intendere che siano loro a mettere al mondo i bambini, ma è dal ventre dallo stato che nascono i bambini, la verità è questa.”

                                   Thomas Bernhard, Antichi Maestri

 
In un momento come quello attuale in cui le donne sono sempre più espropriate dal loro parto, dalla fisiologia e naturalità dell’evento, un momento in cui le donne sentono di doversi mobilitare a protezione di un evento come il parto sempre più spersonalizzato, controllato, censurato dei suoi vissuti soggettivi e sacrali, può risultare difficile confrontarsi con un libro come “l’impero del ventre”, che ha l’indubbio merito di sottolineare la profonda “culturalità” del parto, persino nei suoi aspetti apparentemente più evidenti come nel legame tra parto e filiazione, una madre è una madre, si direbbe, un universo di verità che, come la tautologia non ha bisogno di essere detta. Definire una madre sulla base del parto vuol dire che non è necessario definirla, basta aprire gli occhi per riconoscerla. Diamo per scontata questa consapevolezza, le donne porteranno sempre i loro figli nei loro cuori perché li hanno portati nei loro corpi, perché hanno formato per nove mesi un tutt’uno con loro. Eppure non c’è nessuna causalità naturale che costringa il diritto a creare delle regole per determinare chi è genitore. Tra i fatti e il diritto c’è uno iato incolmabile. Si possono nutrire i sentimenti che si preferisce verso i propri figli, resta il fatto che quelli che chiamiamo “madre” e “padre” sono designati come tali dal diritto stesso.
Credo infatti che “cultura” e “natura” siano due poli di pensiero ineliminabili se si vuole evitare il rischio di una deriva ideologica, di ideologismi che possono forse proteggere la nostra vulnerabilità, ma che ci salvano anche, forse con troppa sollecitudine dalla necessità di pensare, di cogliere gli infiniti possibili, mantenere aperta quantomeno la possibilità di non escludere fette di realtà troppo grandi e diversificate.
Come infatti l’idea di “parto naturale” può essere un ottimo strumento di consapevolezza contro la sempre più imperante medicalizzazione, rischia di diventare uno strumento di esclusione da tale consapevolezza per quei parti che naturali non sono, e dunque l’altro polo, quello culturale, rimane indispensabile per offrire possibilità di scelta e di pensiero, così anche la “naturalità” del concetto giuridico di maternità, è una chimera storica, pericolosa come tutte le chimere perché ci impedisce di guardare la realtà di tutto quel complesso di regole, infinitamente sottili che solitamente dimentichiamo, tanto siamo abituati a vivere al loro interno.
Gli antropologi sono rimasti estasiati di fronte alle complesse regole di parentela nelle società esotiche, ma noi non abbiamo nulla da invidiare al confronto, sarebbe ora che ce ne accorgessimo.
Perché è da queste regole racchiuse in codici incomprensibili che non ci prendiamo mai la briga di leggere che dipendono i significati di parole così intime come “Madre” e “Padre”.
Certo, la maggior parte delle persone vive tranquilla, al riparo da qualunque contestazione sulla sua discendenza, ma basta un piccolo “strappo”, un segreto mal custodito, perché si comprenda a proprie spese in che misura la verità di una filiazione sia una cosa costruita dal diritto, e dunque sempre piuttosto arbitraria.
Basta per esempio, nel caso di una donna, che si producano degli ovuli ma che in seguito ad una malattia, non sia possibile portare avanti la gravidanza, per capire fino a che punto la definizione di maternità in base al parto costituisca un imperativo. Se in Francia (come in Italia) il parto si impone come conditio sine qua non della maternità, basta andare a Londra per diventare madre senza partorire, grazie a “madri surrogate”
Così secondo il Codice napoleonico del 1804 i bambini non nascono necessariamente dal corpo del padre o madre, ma nello specifico, dal loro matrimonio, dando la possibilità a uomini e donne, purchè sposati di diventare genitori senza generare. Solo recentemente, a partire dalla rivoluzione familiare degli anni settanta, tali possibilità di diventare madre senza partorire furono bandite.
Tale definizione di maternità in base al parto è infatti incredibilmente giovane, per imporla è stato necessario ricorrere a mezzi estremi, mettere in galera gli “impostori”, proibire determinati accordi, strappare i bambini da mani “non legittime”, in breve far capire che la questione biologica del parto è un vero e proprio affare di stato.
Certo il Codice del 1804 è diventato il famigerato depositario di un ordine patriarcale che intendeva cancellare ragazze madri e figli naturali, eppure si tratta come sempre di un racconto mitologico, infatti il Codice aveva il raro pregio di collocare le volontà umane al di sopra dei fatti naturali e religiosi. In opposizione al diritto dell’Ancien Regime voleva fondare il rapporto di filiazione non sulle verità della generazione ma sulla volontà. Per questo motivo ha concesso tanto spazio al matrimonio, i bambini nascevano da un’istituzione politica come il matrimonio più che dai corpi. Se le donne sposate potevano riconoscere bambini non propri, le ragazze madri potevano non riconoscerli, e se lo volevano dovevano presentare una richiesta di riconoscimento, non essendo il parto dato sufficiente per stabilire la maternità.
La riforma del 1972 lungi dal porre fine alle esclusioni arbitrarie di alcune categorie minoritarie di legami di filiazione, ne ha creato di nuove: donne che non possono avere figli, donne in menopausa, coppie omosessuali, senza contare le difficoltà sempre più grandi cui vanno incontro anche le coppie eterosessuali per un adozione. Curiosamente sempre di più andiamo nella direzione di un “Impero del ventre”, dove il principio di filiazione sembra più ispirarsi ai valori “naturali” e religiosi in quanto assoluti dell’Ancien Regime che a quelli politici, della condivisione sociale della volontà di essere genitori e figli.
 


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